L'orientamento e le coordinate celesti
Tutti dovremmo saperci orientare usando il sistema dei punti cardinali,
sono cognizioni che abbiamo appreso dalla scuola e riferendoci al suolo
terrestre sappiamo cosa significhi orientarsi a Nord, Est, Sud, Ovest.
Queste stesse nozioni possono essere trasferite anche per lorientamento nel cielo,
anzi i punti cardinali hanno una definizione mista terrestre-astronomica,
lEst ad esempio è il punto in cui sorge il Sole allequinozio di primavera (21 Marzo).
Volendo definire un sistema di coordinate anche per la volta celeste, vengono definiti
due poli celesti in analogia con quelli sulla Terra: il Polo Nord
celeste si trova su quel punto della sfera immaginaria identificato dal prolungamento
dellasse terrestre che esce dal polo Nord. Esso si trova vicinissimo, alla Stella Polare.
Dalla parte opposta del globo possiamo definire un polo Sud celeste con lo stesso criterio.
I poli Nord e Sud celesti si trovano agli antipodi di una sfera immaginaria, su cui si
proiettano le stelle. Oltre ai poli celesti, si può definire lEquatore celeste,
cioè un cerchio massimo che circonda la sfera celeste e che è equidistante dai poli.
Sulla sfera celeste poi si costruisce idealmente tutta una serie di cerchi massimi
passanti per i poli celesti e dei circoli paralleli all'equatore celeste. Otteniamo
così meridiani e paralleli celesti che formano un vero e proprio reticolato di coordinate,
del tutto analogo a quello definito sulla Terra.
Questo sistema di coordinate è detto Sistema Equatoriale di coordinate celesti.
È da notare però che i meridiani ed i paralleli celesti non sono solidali
con quelli terrestri, poiché il moto di rotazione terrestre nelle 24 ore lo impedisce.
Se vogliamo definire la posizione di una stella o di un qualsiasi oggetto celeste (una galassia per esempio) sulla sfera celeste, applichiamo gli stessi metodi che si usano per definire un punto sulla superficie terrestre, anche se le misure hanno nomi e modalità differenti.
La "longitudine" viene sostituita, dallAscensione
Retta (A.R. detta anche Alpha) che viene misurata in ore anzichè in gradi ed è il valore
in ore, minuti e secondi esprimente la distanza (detta angolo orario) delloggetto
dal meridiano celeste fondamentale. Tale meridiano passa per un punto nella
costellazione dei Pesci (detto punto gamma,
), dove
si proietta il Sole durante lEquinozio di Primavera, il 21 Marzo.
LAscensione Retta viene contata con valori crescenti verso Est da 0 a 24 ore,
facendo un giro completo, ed è quindi differente dalla longitudine terrestre,
che invece viene contata in gradi sia verso Est che verso Ovest dal meridiano
di Greenwich.
Ogni ora di Ascensione Retta (A.R.) corrisponde ad un angolo sessagesimale di 15 gradi. Si è scelto di esprimere lA. R. in ore semplicemente perchè la Terra ruota attorrno a se stessa in 24 ore, e dopo questo lasso di tempo le stelle dovrebbero apparire nella stessa posizione del giorno precedente. In realtà ciò è un po più complicato, perchè al moto di rotazione si sovrappone il moto orbitale terrestre attorno al Sole, che giorno per giorno fa anticipare di 4 minuti il passaggio delle stelle al meridiano. Ciò vuol dire che una stella che abbiamo visto passare esattamente al meridiano Sud alle 24 della notte precedente, questa notte passerà a Sud alle ore 23:56.
Unaltro sistema di coordinate astronomiche è rappresentato dalle
coordinate altazimutali.
È un sistema di riferimento relativo, le coordinate cioè valgono solo
per la postazione in cui ci troviamo e per quellistante preciso che prendiamo
in considerazione; quelle equatoriali sono invece assolute, ovvero valgono per ogni luogo ed
istante.
La prima unità di misura lineare che si usa in Astronomia è proprio il chilometro (km), utile
solo in un numero limitato di casi, come la distanza dei pianeti dal Sole, il diametro dei corpi
celesti, dei pianeti, delle stelle ecc. Per i diametri planetari lordine di grandezza è dato dalle
migliaia di Km, per le distanze di questi si va sulle centinaia di milioni o anche miliardi di km.
Per non ricorrere a troppi zeri è stata definita lUnità
Astronomica, applicabile però solo allinterno del nostro sistema solare o di eventuali
sistemi planetari di altre stelle.
LUnità Astronomica (U.A.) è quella distanza definita dal raggio medio dellorbita terrestre:
equivale quindi a 149.600.000 Km , se allora diciamo che il pianeta Giove ha una distanza
dal Sole di 5 Unità Astronomiche vuol dire che è 5 volte più distante dal Sole rispetto a noi,
cioé si trova a 748 milioni di Km dal Sole.
Ora, se vogliamo misurare le distanze stellari, oppure addirittura le distanze tra le galassie, non
possiamo usare lUnità Astronomica, perchè diviene essa stessa troppo piccola. Si ricorre
allora ad un'unità di cui tutti abbiamo sentito parlare e che usiamo in alcuni casi anche nel
linguaggio comune, si tratta dellAnno Luce (A.L. o in inglese Light Year, L. Y.).
La luce ha una velocità finita, essa riesce a coprire quasi 300.000 km (299792) per ogni
secondo. Se invece di un secondo consideriamo un anno (che corrisponde a 31.5 milioni di
secondi), essa farà un tragitto lunghissimo denominato Anno Luce, il che sfiora i 10.000
miliardi di Km (10.000.000.000.000), ovvero è uguale a 63.240 U.A.
Potrà sorprendere il fatto che anche lanno luce può risultare a sua volta inadeguato,
dato che la distanza degli oggetti cosmici più lontani raggiunge valori esprimibili con le
decine di miliardi.
Esiste unaltra unità di misura delle distanze stellari che ha però lo stesso ordine di grandezza
dellAnno Luce: è il Parsec (pc), esso deriva dalla contrazione dei due termini
parallasse e secondo. 1 pc corrisponde a 3,263 A. L.
Per darne la definizione bisogna sapere cosè la parallasse: se dalla nostra visuale
osserviamo due oggetti, uno vicino ed uno lontano, non appena ci spostiamo vediamo che
loggetto più vicino ha cambiato posizione relativa, cioè lo vediamo disposto diversamente
(spostato) rispetto alloggetto lontano. Questo è leffetto di parallasse.
Ebbene, la Terra compie attorno al Sole unorbita della durata di un anno;
se prendiamo in considerazione il nostro pianeta in un punto qualsiasi della sua orbita,
esso si troverà nella posizione orbitale opposta a quella che aveva esattamente 6 mesi prima.
Questo spostamento corrisponde a circa 300 milioni di Km ossia 2 U. A., ed osserveremo le
stelle più vicine spostarsi nel cielo rispetto a quelle lontane, che invece sembreranno fisse.
Possiamo allora definire il Parsec come quella distanza dalla quale metà orbita della Terra, ossia
1 U.A., è vista sotto un angolo di 1 secondo darco. Se alla distanza di 1 pc ci fosse una
stella , noi la vedremmo spostarsi sulla volta celeste di 2 secondi darco in 6 mesi.
Naturalmente le stelle che vediamo spostarsi nel cielo per leffetto di parallasse sono
le più vicine, diciamo entro i primi 700-800 pc, ovvero 2200-2600 A.L. e sono poche, ma
resta comunque definita l'unità di misura, che è largamente usata parallelamente all'anno luce.
Per indicare distanze enormi, il parsec risulta essere più pratico perchè di esso vengono
definiti anche i multipli con i classici prefissi, cioè chiloparsec (kpc),
megaparsec (Mpc), ecc.. Il diametro della Via Lattea, ad esempio, si aggira
sui 30 kpc (=100.000 A.L.), e la galassia di Andromeda M31 è distante da noi circa 760 kpc
ovvero 2,5 milioni di A.L.
Per misurare altre grandezze, come ad esempio la massa, vale lo stesso discorso fatto per
le misure lineari. Si usa in questo caso la massa solare, anche se questa
unità di misura non è stata formalizzata da una apposita commissione.
Una massa solare equivale a 1,99 x 1030 kg.
Il primo tentativo, puramente qualitativo, di misurazione della luminosità stellare si deve ad Ipparco di Nicea (II sec. a.C.); più che misurazione dell'intensità luminosa esso si deve considerare come una classificazione. Le stelle vennero divise in 6 classi o "grandezze", dalle più luminose a quelle appena percepibili ad occhio nudo. Si noti che con il termine "grandezza" non si intendeva la dimensione degli astri, ma solo la loro emissione luminosa percepibile dai nostri occhi.
Tale sistema rimase valido fino al XIX secolo, quando con
l'avanzare delle scienze astronomiche si richiedeva una
maggiore precisione nella descrizione dei fenomeni, e quindi un metodo
sicuro di misurazione della luminosità.
Alla grandezza stellare venne sostituita la magnitudine. Essa è una vera
e propria unità di misura che associa un numero tanto più alto quanto più
un oggetto celeste è debole in luminosità. Con questo sistema si stabilisce
che due oggetti celesti che hanno una differenza di 5 magnitudini hanno tra
di loro un rapporto di luminosità, cioé di energia luminosa da noi rilevata,
pari a 100 volte: una stella di magnitudine 6 è 100 volte meno luminosa
di una stella di magnitudine 1. Ogni gradino o magnitudine ha un rapporto di 2.512
rispetto al gradino che segue o che precede, cioé una stella di magnitudine 2
è 2.512 volte più luminosa rispetto ad una di magnitudine 3.
Queste definizioni e comportamenti complicati sono dovuti a motivi fisiologici.
L'occhio umano percepisce le differenze luminose non in progressione lineare,
vale a dire come differenze di luminosità, ma in progressione logaritmica,
cioé se noi vediamo tre stelle, e diciamo che esse sono tra di loro
distanziate in luminosità in egual misura, magari di 1 e 2 magnitudini rispettivamente,
in raltà ciò non è vero: l'energia luminosa che ci arriva tra la
più luminosa e la meno luminosa ad esempio è pari a 2.5122
(2.512 x 2.512) volte, cioé 6.31 volte, ma noi vediamo solo una differenza pari a 2 gradini.
Con questo sistema sono possibili 3 cose, che con la semplice definizione qualitativa
di grandezza non è possibile.
La prima è quella di poter specificare e misurare con precisione la reale luminosità dei corpi celesti,
in sostanza si possono usare numeri con la virgola, ad esempio: la stella polare
che con il vecchio sistema era classificata di seconda grandezza ora possiamo
dire che ha una magnitudine di 2.19.
La seconda possibilità è data dal fatto che ora possiamo abbracciare oggetti
e stelle molto meno luminosi di quelli che con la vecchia classificazione erano
annoverati nella VI grandezza (cioé l'ultima), avanzando semplicemente con i numeri,
possiamo così considerare anche quegli oggetti deboli visibili al telescopio e quindi di
magnitudine 7, 8, 10, 15... fino alla magnitudine 30 e oltre, che è il limite
attuale (1997) osservato dall'Hubble Space Telescope.
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La terza possibilità è speculare alla seconda: possiamo estendere la scala anche
agli oggetti celesti più luminosi della I grandezza: pianeti, meteore luminose, grandi
comete, Luna e Sole. Per questi oggetti che sono più luminosi della magnitudine 1
si usano anche il numero 0 ed i numeri negativi, così possiamo misurare
la luminosità della stella Sirio, che ha magnitudine (m) - (meno) 1.5, della cometa
Hale-Bopp m= - 2.0 di pianeti come Giove m= - 3, Venere al massimo m= - 4.2,
della Luna m= - 12.6 ed infine del Sole m= - 26.8.
Il rapporto di luminosità che intercorre tra il Sole ed il più debole oggetto
osservato nell'Universo dal telescopio spaziale è di circa 1023, vale a
dire 10 miliardi di trilioni, un valore veramente astronomico!
Se prendiamo una lente convessa, questa tenderà a concentrare verso un punto chiamato fuoco i raggi di luce formando un immagine. I telescopi a lenti o rifrattori o cannocchiali astronomici hanno il difetto di dare immagini stellari con aloni colorati, la cosiddetta aberrazione cromatica, Il difetto è dovuto al fatto che la lente semplice non converge tutti i raggi lunminosi di diversa lunghezza d'onda alla stessa distanza focale.
Nel corso dei secoli si cercò di realizzare telescopi a lente di
dimensioni sempre maggiori ma lenorme il costo dei vetri e l'ingombro delle lunghezze focali
che essi davano ne rese proibitivo limpiego pratico. Al di là di certe dimensioni lo stesso peso della lente farebbe
frantumare il vetro di cui è composta.
Il telescopio riflettore ebbe il suo sviluppo grazie ad un progetto che Newton sviluppò intorno
al 1650. La lente obiettivo è sostituita da uno specchio che converge la luce su un altro
specchio chiamato secondario, il quale devia i raggi a 45 gradi verso il sistema
focheggiatore-oculare.
Il riflettore ha avuto un enorme sviluppo anche per lenorme facilità con la quale si possono
inventare nuove configurazioni ottiche.
La più classica è quella che Cassegrain inventò
sostituendo il secondario di un riflettore Newton a 45 gradi con uno specchio iperbolico (convesso),
con lo scopo di allungare la focale del principale e di rimandare la luce dietro lo stesso. Con
questo tipo di strumento di lunga focale è possibile osservare i pianeti in quanto si
ottengono forti ingrandimenti.
Il Cassegrain fu un banco di prova per altre configurazioni ottiche che uniscono le proprietà dei
rifrattori e dei riflettori, sono i cosidetti catadiottrici.
Lo scopo è di ridurre ulteriormente i costi di realizzazione degli specchi di
grandi dimensioni, che per dare immagini accettabili dovevano essere parabolici.
Nei telescopi catadiottrici di tipo "Schmidt" ad esempio al posto dello specchio
di forma parabolica se ne pone uno a sezione sferica, più semplice da lavorare,
All'imboccatura del tubo del telescopio si pone un vetro opportunamente sagomato: la
lastra correttrice che ha il potere di correggere tutti i difetti ottici dello
specchio primario.
Questa particolare configurazione è di gran lunga la più diffusa tra i telescopi commerciali
per astrofili: i cosiddetti "Schimidt-Cassegrain", anche grazie al loro minimo ingombro
e quindi alla loro agevole versatilità e trasportabilità; basti pensare che per avere una focale
di 2 metri il tubo che contiene le ottiche si riduce a circa 40 cm.
Per osservare gli oggetti celesti attraverso un telescopio bisogna
da ultimo considerare gli oculari.
Anch'essi vengono costruiti con svariate combinazioni ottiche di lenti, sono in sostanza
piccoli microscopi che "trasferiscono" l'immagine al fuoco del telescopio sulla retina
dell'occhio. Hanno quindi il potere di ingrandire l'immagine fornita dallo strumento principale,
il valore dell'ingrandimetno si calcola facendo il rapporto tra la focale dellobiettivo e quella
delloculare: un telescopio di 1000 mm di focale associato ad un oculare di 10 mm di focale
produce un'immagine da 100 ingrandimenti.
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