n° 11 - anno IV - OTTOBRE 2002

IL BECCAFICO
OVVERO IL PUNTO D’INCONTRO DEI TABULA RASA
Associazione di Cultura teatrale TABULA RASA-COMEDIE VILLON THEATRE
Recapito: Pontarollo Solimano Via Trota, 2/a 37121 Verona Tel. 045/ 8011295
web: http:\\www.tabularasa.vr.it e_mail: info@tabularasa.vr.it
Direttore: Alessandra Adami ale_adami@libero.it – Caporedattore: Francesco Dalla Riva dalla_riva@libero.it


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SOMMARIO

 


 

 

 

 

 

È di nuovo scandalo alla Tabula Rasa e, come dicevano gli antichi…

PERSEVERARE DIABOLICUM EST!!

Questa volta il problema è la violazione della legge sull’antitrust

La missione di questo giornale, fedeli lettori, rimane princi-palmente quella di sgominare il crimine all’interno della Compagnia! Avremmo voluto ripulire le città di tutto il mondo, ma per adesso ci limitiamo ad un campo più ristretto; in futuro si vedrà.

Vi accorgerete nel corso della lettura di questo numero che la nostra missione per ora è clamorosamente fallita!

Infatti quel sacramento del Pontarollo, esercitando un vistoso abuso di potere, ha deciso, approffittando di un suo periodo di eccessiva libertà e di un nostro inopportuno momento di distrazione, di imbavagliare il Beccafico, da sempre organo libero e indipendente di (dis) informazione, monopolizzando il giornale, sommergendolo con un numero esagerato di sproloqui insensati (sulla sensatezza decideranno i nostri lettori – ndA). Ci scusiamo, di passaggio, per la lunghezza della frase precedente, ma non c’era altro modo di esprimere la nostra indignazione!!! Provate voi a dirlo con meno parole…

Ora, a nostro giudizio, la situazione può essere risolta solo in tre modi. Primo modo: prendiamo Solimano e lo immergiamo in un secchio di calcestruzzo fresco. Secondo

modo: gli gridiamo tutti in coro “brao, ma basta”. Terzo modo: lo spediamo da Saddam Hussein come Arma Finale.

Ma c’è anche una quarta via. Ebbene sì, proprio quando non te lo aspetti, la quarta via arriva. Basta volerlo veramente. Con tutto il cuore. Io le conosco bene le quarte vie, ne ho viste a bizzeffe. E sono tutte arrivate quando meno me lo aspettavo.

Comunque, stavamo dicendo?

Ah sì, che ci sentiamo quindi in dovere di rivolgere un appello a tutti voi, o cari piccoli lettori: battetelo al suo stesso gioco; scrivete più di lui! Su qualsiasi cosa! Prendete esempio dal vostro capo-redattore! Fate dei temini su quello che vi piace e su quello che vi fa arrabbiare nella Tabula Rasa.

Trasformiamo questo giornale in un’allegra macchina da guerra della compagnia!

Facciamo che diventi un centro di dibattito, un punto di incontro per tutti gli attori, i tecnici, gli amici… e va beh, anche per Robertino! Formiamo quindi ufficialmente lo STRUDEL: Sindacato dei TabulaRasati Uniti Da Eterne Lotte contro lo strapotere dei Matusa!! Ade-sioni e idee al solito indirizzo. Dai, però. Non fate i crumiri, facciamolo sul serio! Eh?

Francesco Dalla Riva

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IMPRESSIONI DI SETTEMBRE

 

L’estate 2002 è stata una delle più ricche di eventi per la Tabula Rasa: fino a giugno il debutto anticipato di “Le Baruffe Chiozzotte” ha dato un gran daffare a tutti gli attori impegnati e al sempre-piuincazzato regista. Poi l’abbandono delle scene da parte di Eleonora, la prima interprete di Donna Polonia, ha costretto i nostri eroi a riprendere le prove per permettere anche a Marta (attrice alla prima esperienza, ma con una verve comica innata - ndA) di imparare la parte.

Ma questo è solo l’inizio! Ogni lunedì, dall’inizio di luglio alla fine di agosto, qualcuno del gruppo è stato impegnato nella rassegna teatrale al Giardino Giusti con una o due scene Shakespeariane ogni volta un po’ diverse (vedi articoli da pag 5).

C’è stato poi il debutto di Solimano con “La peste, processo agli untori” al cortile di Santa Maria in Organo (si vedano la rassegna stampa a pagina 12 e i commenti a pagina 13).

E, infine la lunga esperienza, nello stesso cortile, delle Baruffe!

E non dimentichiamo che quest’anno si festeggiano i 10 anni di TR: i tre soci fondatori, per l’occasione, esprimono i loro pensieri in proposito!

Per non parlare delle nuove rubriche su costumi (Imperia) e piante (Roby) e dell’articolo sul teatro e le donne in Africa dell’inviata speciale Caterina

Alessandra Adami

 

 

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TABULA RASA

1993 - 2002

10 ANNI DI FARE TEATRO

 

Dopo complessi e laboriosi calcoli astronimici, si è in qualche modo arrivati alla conclusione che quest’anno la Tabula Rasa compie o nove o dieci anni, a seconda della decade nella quale è nata la persona che ora è alla vostra destra. Ci è sembrato che la cosa andasse celebrata non solo con delle allegre magliette (vero, Anna? Sbaglio o eri tu quella che l’altro giorno vendeva polo al mercato dello stadio?) ma anche in una maniera più seria. Abbiamo quindi deciso di intervistare i tre soci fondatori sulla loro personale esperienza, poi ci abbiamo ripensato e abbiamo preferito che scrivessero direttamente loro qualcosa. Questa è una trascrizione fedele di quanto è arrivato in redazione, congiuntivi e verbi sbagliati inclusi. Buona lettura e buon anniversario!

 

Tiziano Dal Bianco ha scritto:

Sono già passati 10 anni, e per me sono volati, abbiamo cominciato in 4 e dopo poco ci siamo ritrovati in 3, le cose non sono iniziate per il meglio, io, Giancarlo e il “cucciolo” Solimano.

Noi tre abbiamo proseguito a testa bassa, tra alti e bassi, con le nostre caratteristiche molto diverse che però forse si completano e fanno sì che la Tabula Rasa prosegua nel suo cammino teatrale.

Dicevo prima 3 persone diverse, Giancarlo uomo di cultura e di grande intelligenza che aspira al Teatro colto ed impegnato.

Il sottoscritto che ama soprattutto il pubblico e perciò propone un Teatro che interessi e diverta il maggior numero di persone possibili, ma senza strafare, con intelligenza, applicazione ed impegno.

Solimano, che con gli anni ha amato sempre di più il Teatro fino a farne la sua professione, ed al quale fra un po’ dovrò dare del Lei”, sempre positivo ed ottimista che media e unisce le altre  due anime della Compagnia.

Ne abbiamo fatte tante in 10 anni, dai testi più impegnati ai più leggeri fino ad arrivare a fare anche i Pagliacci”.

Le difficoltà per andare avanti sono però sempre tante e, per uno come me che non ha più la forza dei 20 anni, delle volte queste cose creano dubbi e la voglia, passeggera e breve, di lasciare tutto e di starmene a casa mia in pantofole a guardare la TV.

La cosa che mi soddisfa di più, di tutto questo tempo trascorso è che non c’è stata nessuna persona, che ci abbia  frequentato, che sia andata via sbattendo la porta, segno che siamo riusciti in vari modi a rapportarci con svariate persone di tutte le età.

Spero che ciò continui e che chi ci lascia lo faccia, per lavoro, per necessità, per scelta, ma mai perchè “ghe stemo su le bale”.

In 10 anni di Tabula Rasa, ho apprezzato anche l’amicizia che sento con tanti che sono e che erano in Compagnia, ma la mia speranza è che l’amicizia rimanga tra noi sempre anche quando inevitabilmente le nostre strade si divideranno.

Io sono il pessimista del gruppo, quello che dice sempre gh’è un problema!!!!!”. Ma cosa vorrei nei prossimi anni, anche perchè per me ormai sono più di 20, vorrei che la Tabula Rasa diventasse importante, conosciuta da molti a Verona ed anche in altre città, che le persone quando sentono il nostro nome dicano Ah!!!!!!!, questi jè quei brai”. Penso che possiamo riuscirci, abbiamo le forze e le capacità per farlo.

IN QUALITA’ DI PRESIDENTE Vi saluto e buon lavoro!!!!!!! 

Tiziano

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Solimano Pontarollo ha scritto:

Che dire dopo la decima stagione di cortili della Tabula Rasa? Fatta, rimbocchiamoci le maniche e ripartiamo … come sempre. Perché questo è “fare teatro” e questo è Tabula Rasa.

 Mi sta a cuore quel “FARE TEATRO”. Perché nel “fare teatro” non c’è soltanto lo spettacolo a cui assiste il pubblico, ma tutto il laborioso tragitto per arrivarci. Spesso ci si chiede perché si fa teatro, e a distanza di tempo le risposte si fanno più precise, più profonde, più complete. Tra le motivazioni c’è anche quella di intraprendere un’avventura che porta ad una destinazione ignota, il confronto con il pubblico, che spaventa ma affascina. E’ come mettersi alla ricerca di un’isola del tesoro, di una terra promessa, di un nuovo pianeta. Ed è importante vivere questo viaggio consapevolmente, coscienti che c’è una meta, ma lavorando quotidianamente per aggiungere un pezzo al puzzle che si sta costruendo, felici per aver trovato quel singolo pezzo, capaci di gioire e di sentirsi pieni di una serata di prove, di un telo colorato, di una musica indovinata, di un canale luci in più che funziona. Felici di essere a contatto con gente diversa, e con i quali si condivide qualcosa. Perché le varie “Isola del Tesoro” ci insegnano che è più importante l’esperienza del viaggio che il tesoro in se.

Nel mio fare teatro e nel mio essere nella Tabula Rasa ho sempre cercato di ricordarmene, evitando di dare importanza solo allo spettacolo, che brilla già di luce propria, e guardando al resto. E così vedo la Tabula Rasa. Un “road movie” dove si continua ad andare avanti incontrando tanto.

 Spesso nelle discussioni di inizio stagione per decidere quale testo affrontare, come affrontarlo, con chi affrontarlo ci chiediamo dove stiamo andando, se non sarebbe meglio prendere un indirizzo specifico, una strada ben delineata sulla quale approfondire le nostre conoscenze (teatro drammatico, comico, di ricerca, impegnato, in costume, etc.); ma la risposta della Tabula Rasa, guardando questi dieci anni, è sempre stata “andare avanti”, ovvero vivere il viaggio di conoscenza del teatro momento dopo momento, senza preoccuparsi troppo della destinazione finale che perde di importanza rispetto a ciò che si incontra strada facendo. E credo sia il percorso giusto per chi vuole conoscere IL teatro e non UN teatro.

 I dieci anni passati mi fanno guardare avanti con ottimismo. Sono stati dieci anni di stagioni sempre travagliate, con sempre nuovi problemi e con il tentativo di migliorare il percorso degli anni precedenti. Anni di continua ricerca delle motivazioni per le quali stiamo assieme. A tal proposito riporto la presentazione delle pagine web della Tabula Rasa, scritte parecchi anni fa, che rispecchiano spirito e modo di fare teatro che da dieci anni si persegue. 

PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE

Le seguenti pagine elencano i dati sintetici della associazione, nome, sala prove, titoli rappresentati, programma annuo.

Oserei definirla una scheda informativa completa. Purtuttavia, come è ovvio in un documento rigidamente analitico, manca l'indicazione della componente fondamentale che permette alla compagnia di operare, di impegnarsi, di incontrarsi.

E' la passione per il teatro, è l'amicizia tra i componenti, è l'allegria e la gioia di trovarsi insieme, chi con impegno professionistico, chi con quello permessogli dal lavoro principale. Questo è un gruppo, e come tutti i gruppi, l'affiatamento è l'arma migliore per la riuscita delle mise en scene e per la crescita artistica. Si discute, si prova, si accolgono nuovi associati, con lo spirito del rispetto: per la persona prima di tutto, ma anche per il teatro, per il suo ruolo, per il pubblico destinatario del lavoro svolto.

La TABULA RASA non è e non vuole essere né la compagnia rigidamente professionista, in cui la qualità dei singoli componenti spesso non si incontra con l'armonica unità della rappresentazione, né la compagnia amatoriale che si trova per rappresentare davanti agli amici e conoscenti.

La TABULA RASA vuole proporsi come realtà nel panorama teatrale veronese, veneto e, in futuro, nazionale, in cui sia evidente lo spirito di corpo, l'unità dei componenti, in un lavoro di continua crescita qualitativa, di continua ricerca per il miglioramento, di apertura alla novità e al cambiamento.

 

 Se poi guardo i numeri, quei dati oggettivi che riportano tutto ad una realtà concreta fatta di mezzi tecnici e finanziari, non riesco ad essere scontento: un magazzino in grado di contenere scene e attrezzi, una sala prove fissa da anni (terribile problema del primo quinquennio), una continua attività di allestimento, un confronto col pubblico anche extraprovinciale, la capacità di risollevarsi da fallimentari iniziative (vedi rassegna), o di allestire spettacoli “antieconomici” (vedi peste), e ultimo la possibilità di investire in nuovi acquisti (centralina luci?), forti di una presenza minima ma soddisfacente in rassegne e festival. E nei numeri non rientra il gruppo ormai lo stesso da anni, in cui un nuovo arrivato trova una “casa” (che può piacergli o meno, ma sempre casa è).

 Quale il pericolo: fermarsi! Sedersi allo specchio a rimirarsi, dimenticare che ci sono altri teatri, altre compagnie, altro pubblico, in una parola altro “fare teatro” di cui conosciamo poco o nulla, con cui confrontarsi e da cui imparare. In natura “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”: allora bisogna essere in movimento per cambiare, rischiando di sbagliare … guardando le stelle e cercando di afferrarne una … sperando che l’ancora che ti fissa a terra abbia la corda abbastanza lunga.

Soli

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Giancarlo Dalla Mura ha scritto:

Considerando che quasi sicuramente i due con-direttori avranno avuto nei confronti della compagnia delle belle parole, perché loro sono due persone d’animo buono e gentile, io, tanto per non screditare la mia figura di “quel che non ghe vai mai ben gnente” e di disturbatore delle zone intime maschili, mi limiterò ad elencare i difetti, e gli obbiettivi mancati dalla compagnia.

1)      La Tabula Rasa non ha un pubblico di “fedelissimi”, vista la mancanza di una linea chiamiamola “editoriale” coerente. Il saltare con la facilità e la grazia di un canguro da Cechov a Moliére, o da Crepet a Goldoni, impedisce di darci una caratterizzazione, che possa distinguerci nel panorama amatoriale.

2)      A causa del punto 1, è venuta a mancare la possibilità di approfondirci attorialmente; passare dai sussurri interiorizzati di una “piuma”, all’urlare delle “Baruffe”, ci ha impedito di poter frequentare le sfumature che stanno in mezzo. E la mancanza di sfumature ci rende difficile saper raggiungere un personaggio nel suo complesso. Il metterci in scena emozionalmente non è il nostro forte, semplicemente perché non siamo abituati a farlo.

3)      Il pericolo che a mio avviso esiste, è quello di appiattirsi su di un livello qualitativo medio, dove esista il rischio di trovare sempre maggiore difficoltà a mettersi in gioco. Questo a lungo andare stanca, perché rischia di diventare un’abitudine, e delle abitudini, prima o poi, ci si annoia.

È da sottolineare che il grosso della responsabilità di quanto sopra, è da addebitare alla cosiddetta dirigenza, della quale peraltro faccio parte. È chiaro quindi che le mie critiche, sono rivolte principalmente a chi ha queste responsabilità. Ma chiedo a tutti: se la compagnia cambiasse rotta, e si dirigesse verso un “fare e vivere” il teatro più intenso e meno abitudinario, chi la seguirebbe?

Gianca

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OTELLO AL “GIARDINO GIUSTI”

Quest’estate la TR è stat presente anche al Giardino Giusti con un riadattamento dell’Otello shakespeariano dell’anno scorso. In una calda mattina di settembre abbiamo incontrato il regista Solimano e Laura DB, un’interprete dello spettacolo.

 Allora, Solimano…

1.     parlaci di come è stato riadattare totalmente lo spettacolo "Otello" per le varie serate al Giardino. Come ti sono venute certe idee: per esempio quella del ring o altre che magari non ho avuto la possibilità di vedere?

 Il percorso shakespeariano al Giardino Giusti offriva un’opportunità unica: lavorare su tempi di scena brevissimi (max 10 minuti) e farlo con un testo conosciuto e allestito, l’Othello. Ridurre quest’occasione ad una mera ripresa di alcune scene era banale e assolutamente fuori luogo: perché l’allestimento della Tabula Rasa aveva un senso in un contesto (a teatro con la sua scenografia) ed in un tempo determinato (quello dello spettacolo).

Il punto di partenza è stato quindi contestualizzare la nostra idea di Othello, mantenendo ad ex quel mix di Venezia/Oriente, alla diversa situazione: 10 minuti e uno spazio angusto, con poca possibilità di movimento, composto di quattro colonne, muri scrostati e scarsa illuminazione. Nella nascita di Othello avevo chiare alcune immagini guida: tra queste la rete che Jago tesse per imprigionare il generale (un’idea irrealizzabile, per i nostri mezzi e tempi, era quella di uno Jago ragno che si muove sopra un’enorme ragnatela che sovrasta tutto lo spazio scenico). E ovviamente chiare alcune scene madre, quelle che segnano una svolta nella psicologia dei personaggi. La scena più forte tra Jago e Othello è quella della gelosia, dove si insinua il dubbio del tradimento: una spirale che avviluppa Othello, che gli fa perdere sicurezza in quello che è lui, nelle qualità di Desdemona, nella sua capacità di leggere i fatti. Una spirale dalla quale prova ad uscire, e quasi ci riesce (“… No, dubitare una volta sola equivale ad aver deciso. Dammi della cagna, se mi turbassi per supposizioni futili e vaghe come le tue. No, Iago, prima di cedere al sospetto voglio vedere), una spirale che mette Jago sul gradino più alto, quello del vincitore, gradino dal quale comincerà la sua graduale discesa fino alla sconfitta (?) finale.

Le colonne presenti al giardino, il gioco di cattura della belva ferita fatto esistente nell’allestimento (Atto II scena III - Jago: “un bacio … nuda … il fazzoletto … Cassio, giaciuto con lei …”) e l’uso delle corde ha fatto nascere l’idea di circondare Laura Othello con una corda che poco a poco assume i contorni di un ring, ring in cui però c’è solo un contendente, che sfida una presenza impalpabile, esterna (la gelosia) e che per questo è destinato a soccombere. La possibilità poi di liberarsi, come detto sopra viene astutamente sconfitta da Jago evitando lo scontro, lasciando un muro di gomma ad Othello, riavvicinandolo quando è fiacco e indifeso.

L’inizio e la fine, momenti importantissimi in uno spettacolo e in una scena, sono nati anch’essi dal sopralluogo al Giardino. La posizione infelice del pubblico (ma non immaginavamo così tanto infelice), la necessaria solitudine di Othello, il bisogno di far emergere la forza di Jago, hanno portato all’ingresso di quest’ultimo (quest’ultim”a”) alle spalle degli spettatori, al parlargli a tu per tu, al farsi largo tra la folla pigiata, emergendo dal “basso” dei suoi pensieri. Per il finale era invece fondamentale che Othello, nell’addio alle armi, e quindi nel suo arrendersi, esplodesse il conflitto tra una scelta debole (non lottare) e la sua forza. Ancora una volta la scena ha ripreso l’allestimento del 2001, giungendo a scagliare i sassi contro il fondale. Fortuna ha voluto che i sassi fossero di tufo, e che si sbriciolassero al muro con un senso di distruzione che esprimeva la frustrazione di Othello.

 2.    Come ti è venuta l'idea di fare interpretare Iago a Laura DB: perché non ad un altro uomo? Ti sembra che lo spettacolo ne abbia tratto giovamento? E perché?

 L’intenzione era di portare agli estremi la diversità intesa come donna / ambiente militare, punto di partenza dell’Othello di Tabula Rasa. Anche Jago è un diverso (“non sono quello che sono”), e la sua diversità è concausa della sua frustrazione. Ecco l’atteggiarsi a maschio, il castrare la femminilità, la lotta per sopprimere anziché per far vivere. Con una notazione: in palco si agiva a piedi nudi; vista l’impossibilità di farlo al Giardino, l’idea degli anfibi ha reso più forti gli interpreti, che proprio nella pesantezza e solidità della calzatura hanno trovato una carica in più.

Sul giovamento dello spettacolo ho dei dubbi. Essere in un contesto (le altre rappresentazioni) molto tradizionale necessitava una presentazione specifica che, mio errore, non ho chiesto. E il vedere due donne ha fatto nascere dubbi nel pubblico. Ma non ho dubbi in un fatto: Laura/Jago, proprio perché donna, è riuscita a far arrivare più forza di un uomo; perché un uomo avrebbe semplicemente dato la forza che tutti si aspettavano, perché uomo, senza quindi sorprendere il pubblico.

 3.        Romeo e Giulietta: è stato un gran successo, nonostante la posizione felice del "palcoscenico". Raccontaci.

 Sono felicissimo di questa scelta. La storia di Giulietta e Romeo la conoscono tutti, e più di tutti loro, che l’hanno vissuta fino alla fine. Far rivivere ai due sfortunati amanti la loro storia in punto di morte non è un’idea originale: nasce dalla convinzione che tra vita e morte, come tra sogno e risveglio, ci sia un momento che supera questa dimensione temporale e ti permette di muoverti in avanti e indietro alla velocità desiderata, stravolgendo la realtà o mescolandola. La mimetica la ritenevo necessaria perché il senso della loro storia d’amore si ha solo se inserita nel contesto di lotta fratricida, quella che “…di sangue fraterno mani fraterne copre”. Altrimenti resta solo un bell’involucro vuoto. La mimetica, appunto, rendeva inequivocabile il contesto, che ben si adattava allo spazio di bosco, muro cadente, pavimento “discarica” nel quale ha trovato svolgimento; e la finestra alta, troppo alta e grande, era la perfetta cornice di un sogno, vissuto solo per il tempo che Giulietta sta lassù. Il fatto poi di aver troppe volte fatto il Romeo, mi ha spinto a cercare un’altra interpretazione: il monologo del balcone in lacrime di rabbia è stato, per me, incredibile, e mi ha dato la possibilità di dare al personaggio un notevolissimo movimento emotivo (dolore, rabbia, illusione, sogno, realtà, accettazione della morte) in un tempo ridottissimo. E Giulietta? Rompere con l’immagine romantica era necessario per il contesto, ma lasciarle vivere il sogno ed il brusco risveglio è stato come essere in lei quando nessuno c’è mai stato: nel lungo momento di morte apparente datole dalla fiala: quali i suoi sogni? Quali i suoi pensieri? E perché non un rivivere uno dei momenti più belli “ …quando si sente dentro che un amore nobile esiste, e che anche un gesto lo può rendere triste” (Cyrano). Il brusco risveglio non sarà quello di una Giulietta viva, ma di una Giulietta che si risveglia nell’aldilà, e che grazie a Romeo morto che si alza, e grazie al segno del pugnale nel suo petto, trova la realtà della morte che spegne l’irrealtà del sogno, in un gioco metateatrale che incrocia l’irreale (che facciamo vedere e che i personaggi non vedono) con il reale (che non si vede perché già successo, ma che i personaggi sono convinti di vivere).

 4.    Non so se qualcuno di noi ha avuto la possibilità di vedere la scena di Desdemona e Otello: quali scene avete portato e come le avete riadattate?

 L’interrogatorio è il momento in cui Othello fa esplodere la sua gelosia nei confronti di una inconsapevole Desdemona, che sicura del suo amore affronta a viso aperto l’accusa di essere “puttana”. E’ un momento molto forte, che spinge Othello alla decisione finale: il “sacrificio” di Desdemona. L’idea per la prima serata di Desdemona/Othello è stata di ricevere gli spettatori con uno status quo già esistente: Desdemona che ripete all’infinito la sua scelta (“La mia aperta ribellione e lo spregio dei beni terreni proclamano al mondo che il mio cuore è soggiogato… Desdemona – scena IV atto I) , Othello che ripete all’infinito il suo kata, nell’impossibile ricerca di una pace ormai finita. Quando tutti gli spettatori sono arrivati, Othello si stacca dal kata ed inizia l’interrogatorio interrompendo la “nenia” di Desdemona. Alla fine dell’interrogatorio, avrebbe dovuto iniziare, preceduta dal canto del Salice, la scena della morte di Desdemona, con la ripetizione del ring di corda fatto da Jago (a simboleggiare, per chi avesse visto i due momenti, un Othello burattino che riprende e fa sue le azioni di Jago). Ma l’intensità della prima parte e la tensione del silenzio finale sono stati tali che il pubblico è scoppiato in un fragoroso, interminabile applauso, che simboleggiava la chiusura del cerchio senza la necessità di ulteriori riprese. “Poche robe, e fate ben” si potrebbe dire, parafrasando un proverbio celebre nella Tabula Rasa.

 5.    L'ultima sera, quando dovevate fare le scene dell'interrogatorio di Desdemona, del Salice e della morte di Desdemona, è piovuto. Come l'avete presa?

 Lì per lì, stante l’attesa che smettesse, l’atmosfera da ultima e poi basta, il freddo, l’assenza di pubblico, e non ultimo la tensione per una scena comunque provata due volte, l’annullamento è stato quasi un sollievo. Ma credo che per Betti, alla prima stagionale, e per Elena, che nell’altra serata aveva visto tagliato dagli applausi il suo essere in scena, come per me, la notte a casa o il giorno dopo, a ripensarci, è stato triste. Triste perché era un altro esperimento; triste perché era impostato con una recitazione tutta nuova, ed ancora perché c’era un gioco di sparizione (per il pubblico dalla seconda fila in poi) che eravamo curiosi di sapere se avrebbe ottenuto l’effetto desiderato.

Scena dell’interrogatorio, salice, morte di Desdemona, Emilia e Othello, in 7 minuti: rivolti al pubblico, fermi in piedi sui cubi, legati tra di noi da una corda in cui due capi erano in mano a Othello. Azioni previste: durante il salice contemporanea vestizione di Desdemona con la nera camicia da notte, di Emilia con il corpetto di cuoio, e svestizione di Othello dal corpetto di cuoio; durante la morte di Desdemona Othello che recupera la corda fino a far cadere dal cubo l’amata; al finire delle accuse di Emilia recupero della corda in mano sua da parte di Othello e caduta di Emilia; al finire del monologo finale di Othello auto spinta della corda e terza caduta. Per il pubblico, esclusa la prima fila, si sarebbe trattato di tre “sparizioni” che lasciavano vuoto lo spazio scenico. Ma è andata così.

 Un’ultima nota: tutte le interpreti, hanno accettato con entusiasmo l’idea di riprendere l’Othello. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è che pur con il ragionevole timore di andare in scena con poche prove, si sono gettate a testa bassa e cuore aperto sull’avventura, mettendoci tutto l’impegno necessario, e superando paure e diffidenze di fare teatro in tempi ristrettissimi. Il risultato è stato di momenti di grande intensità, e sono convinto che se l’ultima serata si fosse fatta, sarebbe stata un gran finale! Approfitto quindi per dire grazie di cuore a tutte e quattro, per quello che hanno fatto in scena e un grazie speciale per essersi lasciate guidare ad occhi chiusi ed in modo così inusuale su nuove situazioni sceniche e interpretative.

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(... continua "Otello ai Giardini Giusti)

Allora, Laura DB…

1)         Come hai preso la notizia di dover interpretare Iago al fianco della Laura N. al Gardino Giusti?

 Erano un paio di anni che Solimano parlava dell'opportunità di una circuitazione ai Giardini Giusti per un percorso su Shakespeare. Ci tenevo molto partecipare a questa iniziativa dato che durante tutti questi anni non avevo mai recitato Shakespeare. La possibilità di mettermi alla prova era per me molto eccitante. Mi sarei accontentata di una qualsiasi particina ma quando Soli mi propose di fare addirittura la sua parte "Iago" mi salì dentro una forte emozione, paura e preoccupazione ma allo stesso tempo la voglia di "combattere";

 2)         Hai avuto problemi ad interpretare un uomo, o hai preferito interpretare una Iago donna?

 Non mi sono posta il dubbio d'interpretare un uomo o una donna. Io dovevo essere Iago con il suo ingegno perverso e insinuoso, il suo arrivismo e la sua voglia di potere, sentimenti questi che non hanno diversità sessuali. Quindi la difficoltà maggiore era far trasparire in pochi minuti (10 per l'esattezza) la personalità di "Iago" e non necessariamente un uomo o una donna;

 3)         Questa era la tua prima esperienza, seppur assai breve, con Solimano come regista. Aspetti positivi e/o negativi?

 Non conoscevo "Solimano regista" devo dire che in un primo momento avevo delle perplessità perché ero convinta si dovesse iniziare in luglio e a fine giugno non avevamo ancora il copione. Finalmente il 2/7 riunione per determinare tempi e prove. il 22/7 debutto. Mi c.......o sotto!!!!  Ho studiato come una pazza in modo d'avere la parte a memoria per il 15/7 prima prova. Questa esperienza è stata per me altamente costruttiva e mi ha fatto crescere molto. Questo "Soli regista" dinamico, esigente, positivo, presente e allo stesso tempo costruttivo, con idee registiche innovative e contemporanee, si merita un "bravo Soli", speriamo di averti in parte accontentato;

 4)         Parlaci della preparazione e del debutto?

 Soli ha organizzato tutto anfibi, corda sassi e chimoni, l'ambientazione era molto suggestiva, ma ahimè un po' infelice per il pubblico, il quale non poteva vedere bene. Io e Laura eravamo molto complici, affiatate e cariche di adrenalina abbiamo affrontato la sera del debutto con una carica positiva ed entusiasmante dando al pubblico quelle sensazioni che il dramma di Othello imponeva. E' stato un successo senza false modestie.

 5)         Ci sono cose negative o positive che vorresti sottolineare?

 Questa esperienza è stata faticosa ma allo stesso tempo molto bella ed emozionante, mi piacerebbe poter ripeterla. Mi auguro anche che ogni componente delle Compagnia possa cimentarsi con una prova così completa per chi ama far "teatro". Mi congedo con una citazione:

" il povero che si accontenta è ricco, ma infinite ricchezze sono un magro inverno per chi teme sempre d'esser povero..........." pensiamoci.

Baci dalla Laura sempre distesa.

 

SOMMARIO


 

 

 

J’accuse!!

…dove il direttore del Beccafico punta il dito e si indigna per le miserie del mondo. O anche, semplicemente, dice la sua. In questa puntata
di Alessandra Adami

IMPRESSIONI DAL GIARDINO GIUSTI

L’idea di uno spettacolo itinerante è già di per sé magica; se poi come cornice si ha la possibilità di avere il Giardino Giusti, l’incantesimo è completo!
Naturalmente questo è il Beccafico, quindi non mi pare il caso di dilungarmi troppo sulle performance delle altre compagnie, anche se ci tengo a sottolineare che ho apprezzato molto “La bisbetica domata” dei Mamadanzateatro e il “Giulio Cesare” dell’Estravagario.

Inizio dalla fine. La pioggia ha impedito alla Betty, all’Elena e a Soli di portare in scena l’interrogatorio e la morte di Desdemona. Non avrebbero avuto il sostegno di quasi nessuno della compagnia, impegnata contemporaneamente nelle Baruffe, ma è stato un peccato che non abbiano potuto concludere con la messa in scena dello spettacolo, che, come leggerete nell’intervista a Solimano, portava notevoli novità rispetto all’”Otello” originale.
L’aver inscenato un Otello tutto al femminile, con Laura N. nella parte di Otello e Laura DB in quella di Iago a me è piaciuta molto: mi è sembrato più coerente rispetto allo spettacolo originale, dove solo Otello era donna.
La rappresentazione inizia con Otello seduto su un cubo a fissare il vuoto (grande dimostrazione di forza di volontà da parte di Laura N. che non si è mossa per tutto il tempo che il pubblico ci ha messo a trovare posto) e Iago che entra dal lato del pubblico a fare il monologo sul suo rapporto con il suo padrone. Da lì poi si “accorge” della presenza di Otello e inizia la scena in cui Iago instilla nella mente di Otello il morbo della gelosia e, dopo averle dimostrato la sua servilità pulendole gli stivali, la intrappola, costruendo intorno a lei un ring con una fune che fa passare intorno al quattro colonne che la scenografia naturale ha fornito.
Forse, il fatto di dover “aiutare” la debuttante Laura DB, o forse il fatto che tra due donne nasce inevitabilmente un po’ di sana competizione, ha fatto sì che Laura N. in questa versione di Otello mi sia sembrata ancora più convincente e convinta che in quella originale. Anche Laura DB ha interpretato uno splendido Iago, meno perfido e più combattuto di quello cui Solimano ci aveva abituati.
Non abbiamo invece alcun termine di paragone per il “Romeo e Giulietta” di Soli e la Sara perché TR non aveva mai inscenato questo spettacolo prima d’ora. Ma le poche (a causa del tempo limitato) idee fanno pensare che potremmo davvero portare ai cortili uno Romeo e Giulietta originalissimo! Lo spettacolo inizia dalla fine, quando Romeo trova Giulietta morta e, prima di uccidersi, ripensa a quando si sono conosciuti e rivive la famosa scena del balcone; ma è un sogno e lui è consapevole della morte di Giulietta, quindi il momento del bacio, che solitamente è la parte più mielosa e romantica della tragedia, diventa qui struggente. Alla fine si torna, attraverso una bella interpretazione di Solimano, alla scena iniziale: Romeo si uccide e, quando Giulietta si risveglia, anche lei fa lo stesso vedendo il suo amato morto.
Sara ha fatto un gran lavoro, anche considerando il pochissimo tempo che ha avuto per prepararsi. Insomma sto aspettando che qualcuno di voi scriva qualcosa di negativo su questi spettacoli, perché da quello che scrivo io, non si capisce perché non siano tutti al Teatro Romano a recitare al fianco di Albertazzi!!

INVETTIVA CONTRO L’ORGANIZZAZIONE AL GIARDINO GIUSTI

Alla prima c’eravamo quasi tutti. Ed eravamo tutti entusiasti dell’idea, del posto, di tutto; insomma avevamo voglia di vedere lo spettacolo!
L’inizio con le streghe di Macbeth è stato di sicuro effetto e anche il discorsetto introduttivo di Luciana Ravazzin è stato interessante ed istruttivo (soprattutto la storia del Giardino). Non ci ha fatto perdere le speranze neppure l’interpretazione di “Molto rumore per nulla” del Teatrino, compagnia storicamente avversa alla TR. Ma poi ci siamo sorbiti una pessima scena del bacio di “Romeo e Giulietta” in un angolo talmente angusto da dover fare a botte per vedere qualcosa (e in effetti non c’era niente, se non lo splendido scorcio, che valesse la pena di essere visto!).
Dopo di che, per un bel po’ abbiamo avuto tutti il nostro bel daffare per accaparrarci un posto decente per le successive tappe. Solo alla fine, quando siamo tornati nella parte bassa del Giardino, che è anche la più aperta, abbiamo avuto un po’ di tregua, ma allora eravamo talmente stanchi che abbiamo iniziato a lottare per un posto a sedere!  Gli spettacoli non sono durati tanto, ma abbiamo perso un bel po’ di tempo a passare da una tappa all’altra e, cosa ben peggiore, ha perso moltissimo tempo la Ravazzin a raccontare ad ogni tappa l’intera trama dell’opera shakespeariana che stava per essere interpretata (l’intero spettacolo è durato fino a mezzanotte, dalle nove che era iniziato)! Pareva fossimo ad una lezione di ripasso dal titolo “Il teatro di Shakespeare dalla A alla Z”!
Alla fine io ero stanca e un bel po’ indispettita e l’irritazione è cresciuta ulteriormente quando ho saputo che avevano fatto entrare almeno 160 persone, quando il limite era di 100!! E non vi dico come ho reagito quando, qualche settimana dopo, sono tornata per vedere anche il nostro “Romeo e Giulietta” e, invece di trovare, come mi aspettavo, la situazione migliorata, ho trovato altri 180 spettatori! Io mi auguro che gli organizzatori abbiano imparato qualcosa da questa esperienza e che, se riproporranno, come mi auguro, qualcosa di simile l’estate prossima, si organizzino meglio!
Alessandra Adami

(se qualcuno, come il redattore di questo giornale, volesse dissociarsi da tutto questo, ci troviamo pure per una briscola! NdF.)

 

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PeppeSatan, PeppeSatan Aleppe!! ...l’angolo della poesia e del cinema

Gosford Park

La storia: Inghilterra 1932: gli ospiti di Sir William McCordle e i loro domestici durante un weekend in campagna assistono all’omicidio del padrone di casa…

La trama a sfondo poliziesco è in realtà solo un pretesto per Robert Altman per mettere in scena quello che, più che un film ricorda un quadro. Non c’è un protagonista, ma una quantità di personaggi il cui carattere viene perfettamente delineato con poche efficacissime pennellate.
Nella grande casa di campagna su cui sembra adagiarsi la storia, ai piani alti vivono i “signori”, ognuno preso dai propri problemi o dai pettegolezzi. Più sotto brulica invece la servitù, che, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non è affatto esente dalle bassezze di cui si rendono capaci i padroni.
E così mentre la vecchia e ricca zia Constance (maggie Smith) non risparmia nessuno con il suo sarcasmo, mentre il divo del cinema Ivor Novello (Jeremy Northam) intrattiene tutti (anche la servitù, che ascolta di nascosto) con il pianoforte, mentre una giovane e corpulenta domestica si lascia sedurre da uno degli ospiti, si consuma l’omicidio del padrone di casa. E a smascherare l’omicida arriva l’ispettore Thompson, l’unica macchietta del film: ed è forse questa l’unica pecca di Altman, non aver resistito alla tentazione di fare il verso a tanti polizieschi e gialli, creando un personaggio divertente ma piatto, in netto contrasto con tutti gli altri 26 personaggi cui aveva dato spessore con tanta apparente facilità.

Ma veniamo a noi: il film secondo me è da vedere da chi fa teatro, oltre che per tanti altri motivi che spero siano trapelati dalla mia recensione appassionata, anche per la sua “teatralità”, per la capacità, che è del regista, ma anche degli attori di delineare i personaggi in pochi istanti.
Ed è notevole anche il fatto che tra tutti, nessuno emerga in modo particolare, che Altman sia riuscito a tenere a bada personalità forti e strabordanti, senza che di nessuno si possa dire che ha recitato in sordina o sottotono.
Nella mia breve esperienza di teatro, mi sono accorta di come questo sia un obbiettivo molto difficile da raggiungere perché tutti, chi più e chi meno, vogliono emergere, farsi notare, spiccare sugli altri, spesso a scapito della riuscita dell’opera. Ed è il rischio che corriamo anche con “Le Baruffe Chiozzotte” (scrivo questo testo prima del debutto proprio per non permettermi di giudicare nessuno, dato che anche io faccio parte della commedia), commedia corale come “Gosford Park”, dove non si può realmente dire se ci sia o meno un protagonista.

Alessandra Adami

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Pubblichiamo per chi non ha ricevuto l’ e-mail, il commento appassionato di Solimano alla trasferta di Torri del Benaco del 25 luglio, per “Biancaneve e i sette nani”.

TENACIA!

"...Che dite. Non serve. Lo so bella scoperta, ma perchè battersi sol quando la vittoria è certa. Meglio quando è inutile, fra schiocchi di scintille".

E urlando al cielo queste frasi di Cyrano, ieri, sotto l'ennesima ripresa della pioggia che non ci dava tregua dal pomeriggio, proseguo a spazzare dall'acqua il palcoscenico in quel di Torri del Benaco (sul lago di Garda, di cui Benaco è il vecchio nome).
Ero lì dal pomeriggio, dopo che il dentista mi aveva confermato la rottura dell'ultimo molare (e la necessità di una futura estrazione ... ahi ...), per allestire il Biancaneve e i sette nani della Tabula Rasa, spettacolo che gode di un giusto mix di brani cantati, con un personaggio inventato, il Corvo della regina, che diverte (ma che dico diverte, fa scompisciare) anche i grandi, con i costumi rigorosamente Walt Disney (e la zia si è superata facendo in particolare una Biancaneve e una regina indistinguibili da quelle del primo cartone animato a colori e lungometraggio della storia del cinema), ma che pecca di cadute di ritmo e di un finale in calando.
Il montaggio si è protratto sotto la pioggia (con interruzioni nei momenti più violenti), il resto della compagnia arriva sotto la pioggia, gli organizzatori, di malavoglia, sotto la pioggia, aspettano, con tutte le sedie accatastate e coperte (ovvero con la platea senza sedie), che ci decidessimo ad annunciare l'annullamento della serata. E così gran parte della Tabula Rasa, sotto la pioggia, dopo una giornata di lavoro in ufficio o quant'altro, non è proprio entusiasta dell'affrontare un palco bagnato e uno spettacolo che se miracolosamente avesse preso vita, quasi sicuramente sarebbe stato interrotto da quei nuvoloni neri che erano in ogni dove e che il lago si ostinava a mantenere sopra le nostre teste.
Così vittima di alcune battutine di derisione, o al meglio di un pò di compassione, mi riprometto di proseguire fino alle 21.00 (ma come si sa in teatro il ritardo è accademico, e quindi si poteva sforare anche alle 21.10) nell'opera di passa e strizza lo straccio, su di un palco che non solo riceve l'incessante pioggerellina, ma che nemmeno ha voglia di assorbire quella già caduta. Ma tant'è! Memore di "Nel bel mezzo di un temporale d'agosto" (si era nel 1999, la recensione per chi non c'era e per chi vuole rinfrescare la memoria, è su bardolatry), continuo testardo in un'azione che tutti (cielo compreso) non vogliono vada a buon fine.  Le telefonate (che poi un amico di Torri mi confidava si rincorrevano da tutta la zona, poichè era quello l'unico spettacolo per bambini della stagione estiva), cominciano a diradarsi e la rassegnazione a prendere corpo. Si affacciano le prime famiglie, ed i primi bambini con i grandi occhioni sorridenti cercano Biancaneve nell'ampio spazio all'aperto sotto la torre del castello, con il gonfalone bianco azzurro della città che come Re Lear sfida la tempesta sopra le nostre teste. E mentre i genitori pensano a come condire una pillola che più dura da mandare giù non si può, già si sentono i primi pianti.
Mi fermo: sono le 21.05, lo spettacolo dovrebbe iniziare alle 21.15, manca il puntamento dei fari, gli attori sono svogliatamente mezzi in costume, mezzi truccati, insomma mezzi. Mi telefona un carissimo amico che abita a tre chilometri da Torri per chiedermi notizie, ma anche per confermarmi che comunque lui, moglie e bambina verranno anche solo per un saluto. Chiudo la conversazione, Giancarlo mi viene incontro e dico di dare il triste annuncio: lo spettacolo è annullato.

Ma mentre Giancarlo si allontana accadono due fatti determinanti: il resto della compagnia, visti i bambini delusi, con barbe e cappelli dei nani e il naso della strega, si precipitano fuori dai camerini a improvvisare dei saluti, e la pioggia, che era già calata di intensità, smette. Blocca Giancarlo, togli i teli dalle centraline luci e audio, chiama Tiziano per il puntamento fari, avvisa i responsabili che noi, nonostante tutto, si va in scena.
Scoppia il parapiglia, la triste immobilità della scena si anima di sedie appoggiate, spettatori in arrivo (ne conteremo un centinaio), fari che si accendono, nubi che incombono non tanto a tenerci in apprensione, quanto a darci quel buio di sala necessario a puntare con precisione i proiettori. Ordini lanciati, la ginocchiera di un Nano che non si trova, prova microfono, prova diapositive. E' tutto pronto, la gente è seduta, ormai le luci della sera sono calate senza farsi troppo male, bisogna guadagnare tempo per permettere la non facile vestizione dei nani e trucco della strega. Ed allora di nuovo sul palco, con spazzettone e straccio, per asciugare quel poco che si riesce ad asciugare in un palco fatto apposta per non asciugarsi: la gente guarda ...

mi fermo ...
mi appoggio allo spazzettone ...
faccio no con il dito e sottovoce ...
"no, non sono Biancaneve" ...
e riprendo a spazzare.

Nasce così un dialogo con il pubblico, sulla pioggia e sulle "belle attività", come spazzare il palco, che si fanno in teatro; qualcuno lancia "ma allora sei Cenerentola!" "No" rispondo, "sono il principe azzurro dopo il vissero tutti felici e contenti". Ma gli interpreti arrivano, ed è tempo di lasciare la scena a chi di dovere, un saluto con "ancora due minuti e ci siamo", e lo spazio si trasforma nel mondo dell'immaginario dei bambini.

E lo spettacolo va.
Ed è un successo.
E i bambini tornano a casa felici.

E si riprendono in mano cavi, scene, fari. Insomma si inizia a smontare per terminare esausti, ma dopo una pizza in compagnia (una pizza da soli, fa un totale di due pizze ma l'Italia è questa qua. Italia si, italia no ...), a finire lo scarico del furgone io e Zeno, il mio fratellone, alle 02.00.

...
...E pensa se non si fosse andati in scena! 

Solipiùcheprolisso

 

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ESTATE 2002

Visto l’accavallarsi di diversi spettacoli e rappresentazioni che, questa scorsa estate, ha visto impegnati in momenti e modalità diverse molti”attori” (chiamiamoli così per mancanza di un termine più adatto e che non sia offensivo per nessuno) della compagnia, presentiamo ora una riflessione di Solimano (c’era qualche dubbio?) sulle Baruffe e sulla sua Peste. Seguono poi, alcune recensioni apparse su L’Arena e su internet.

 di Solimano Pontarollo

 E 10! Nonostante la diatriba se il 10° anno sia questo o il prossimo, questa è la decima stagione teatrale ai cortili alla quale partecipiamo. Lo abbiamo fatto con il solito spirito: rimettersi in gioco da zero. E lo abbiamo fatto con un testo (due testi) che rappresentano una assoluta novità per la Tabula Rasa: un'orazione civile e un Goldoni. E sono state scelte coraggiose: per la proposta e per le motivazioni.

 LE BARUFFE CHIOZZOTTE

Insomma! Questo Goldoni non si farà mai? Il regista non lo ama. Gli attori non lo ritengono stimolante. Gli addetti ai lavori lo considerano la solita proposta, fino a farlo diventare un segno di immobilità. Il pubblico lo adora. Puliero ci ha costruito la sua fortuna (economica e di pubblico, tanto da ritornarci dopo lo scivolone del Plautus). E Tiziano e Marinella lo hanno fatto agli inizi della loro storia d'amore, tanto che ancor oggi il soprannome di Marinella per Tiziano è "Meggiotto".

 Siamo all'autunno 2001: Othello sta ancora facendo discutere la Verona che lo ha visto, Sara si sta riprendendo dal peso del Peso, le casse della Tabula Rasa sono tenute a galla dal colpo, non ci sono repliche in vista, il gruppo di attori che gravita attorno alla compagnia è un pò disgregato, ci sono persone appena conosciute che dimostrano buona volontà ed interesse a lavorare con noi. Insomma, le spinte che arrivano sono per un testo che riavvicini i tabularasanti (tabularasi? tabularasati? tabulari?i tierre? Mah ... un sondaggio da proporre al Beccafico), coinvolgento tutti (vecchi e nuovi), ricostruendo il GRUPPO, base necessaria ed indispensabile per il fare teatro della Tabula Rasa. Inoltre, in una logica di alternanza, è importante proporre un testo che incontri i favori del pubblico e ci permetta, magari, di cambiare un impianto luci che comincia a dare segni di cedimento (mai tale previsione fu più vera). Improvvisa, come un fulmine, arriva la proposta di Giancarlo: LE BARUFFE CHIOZZOTTE.
  Un testo che avrebbe coinvolto moltissime persone (mai così tanti in scena per la TR), con tutti i problemi di gestione dei rapporti tra gli interpreti che avrebbero seguito questa scelta, ma che se portato a termine avrebbe creato un gruppo solido, con prospettive di futuri lavori teatrali con più maturità scenica, più feeling, più conoscenza, insomma più GRUPPO.
Un testo che avrebbe richiamato molto pubblico, dandoci la possibilità di fare più repliche, rimpiazzando quel "Colpo della strega" che tanta soddisfazione ci ha dato, ma che aveva esaurito le piazze.
Bè, nonostante le contestazioni, le difficoltà, il maltempo, i problemi dell'ultimo minuto, gli scontri tra personalità, le assenze, è andato in scena uno spettacolo lineare, che fila, che diverte, carico di energia, ma soprattutto omogeneo, in cui emerge la forza del gruppo, il lavoro di un tutt'uno che possiamo chiamare "CORPO DI TEATRO", riprendendo il termine di corpo di ballo della danza, a significare una unità in movimento. Tutti, da chi ha più esperienza a chi è ai primi passi, dai senatori della TR alle matricole, erano in un insieme omogeneo, che il titolo della recensione (PARI OPPORTUNITA') ha sintetizzato obiettivamente.
Ed il merito va a quel testone di Giancarlo, tenebroso, a volte ombroso, poco tenero e di poche parole, che ha avuto la capacità di individuare una necessità della compagnia (il fare gruppo) che andava al di là delle esigenze artistiche o economiche, perchè è la base del fare teatro.
Chi è in Tabula Rasa da più anni fatica a ricordare così tante riunioni conviviali, così tante gite, così tanti momenti di incontri fuori da prove: e questo risultato è stato ottenuto da chi c'è, che ha dato la sua disponibilità ad esserci prima di tutto come persona, ma anche e soprattutto da chi ha messo in condizione, con una proposta come quella delle Baruffe, di esserci a tutti. E mettendo in condizione la Tabula Rasa di affrontare il 2002/2003 con maggior compattezza, capacità, intesa.

 PESTE! PROCESSO AGLI UNTORI

Ritenevo, riteniamo, necessario proporre teatro non solo come momento di svago, ma anche come momento di riflessione, specchio della realtà o precursore di una futura realtà, sogno da toccare con mano o incubo da rileggere ed affrontare anzichè chiudere nell'armadio. La formula, che segue la proposta del "peso" del 2001, ci ha permesso finanziariamente di affrontare un allestimento assolutamente antieconomico ma pregno di contenuti da proporre al pubblico. Un mezzo per parlare di qualcosa che si delega ad altri mezzi, con modalità differenti dalle solite.
La "peste" è un'idea che mi frullava in testa già da anni, e che nel 2000 avevo proposto a Renzo come testo da scrivere ex novo partendo dalla colonna infame. La proposta di affrontarlo nel 2002 è partita da Giancarlo (grazie) che, vista la mia difficoltà ad essere presente con regolarità alle prove, mi ha lanciato questa ennesima sfida, accettata poi anche da Renzo, che driblando i suoi impegni e viaggi nell'estremo oriente, è riuscito a portare a termine mettendosi in discussione fino all'ultimo momento (un esempio su tutti: il finale, scritto definitivamente a giugno e poi trascritto sul programma di sala anzichè recitato in scena).
Ma ritorno un istante al Gianca per sottolineare una cosa: riesce sempre a propormi sfide che affronto con entusiasmo. Fu così con il mitico "$hakespeare", è stato così per la Peste, ma è stato così anche per l'Othello. Un dietro alle quinte del "moro di Venezia" forse poco noto ai più è legato ad un incontro con Giancarlo. Quando si discuteva su quale dei tre Shakespeare avrei portato in scena mi disse: "uno lo conosci perfettamente (Giulietta e Romeo), uno è sinceramente troppo da affrontare da solo (Amleto), uno è la sfida per eccellenza (Othello): non lo conosci approfonditamente, è una tragedia che appassiona, Jago è un personaggio nuovo, la strada non è preconfezionata" (adesso non pretendiate le parole precise: il senso più o meno era quello). Grazie anche per allora, Gian.
Insomma la Peste, nata e cresciuta tra mille difficoltà e impegni (mai avuta una stagione teatrale tanto piena), ha soddisfatto una esigenza di comunicare, confrontarsi con il pubblico, che esce dal contesto teatro per entrare in quello del teatro di denuncia, di teatro impegnato.

Sono felice dell'esperienza fatta, degli errori, delle difficoltà superate: come la generale, andata fino in fondo (con "ciocada" finale) grazie a Tiziano, che ha lasciato che il dimmer luci fumasse senza interrompermi, che ha imprecato contro la lavagna luminosa (che non reggeva il cambio di tensione della centralina luci), facendo una riparazione in corso pur di fare il finale, punto cruciale di ogni spettacolo. Felice con un solo rammarico: non aver scelto di fare anche la III^ serata, momento conclusivo dell'appropriazione del testo per qualunque interprete. In attesa di farla al Camploy.

Come non essere felici di questa stagione? Cerchiamo qualche punto dolente.

 a)      Non c'ero. Personalmente la cosa mi riguarda, ed ho sentito questa lontananza. Come è logico. Un gruppo si costruisce poco a poco con la presenza costante per tutto il periodo di prove. Sapere di non esserci, aver vissuto le difficoltà del Colpo della strega, in cui mi sono fatto letteralmente trainare da Sara per raggiungere il gruppo, conoscere il testo che necessitava di una orchestra ben affiatata mi aveva convinto all'autoesclusione. Ma dire che non ne ho sofferto sarebbe ipocrita, nonostante le soddisfazioni extra TR che ho avuto in questo lungo anno.
b)
      Tanti, troppi? Il numero così elevato di interpreti ha sollevato non pochi problemi di gestione, alle prove e nelle sere di spettacolo. Era un dazio da pagare
c)
      Il forfait di Eleonora, incolpevole o inesperta, che ci ha messo non poco in difficoltà. A proposito, grazie Marta (e Alessandro per averla proposta).
d)
      Il ci sono e non ci sono, ma poi non ci sono più, ma poi ci sono ancora, di Marco. Grande disponibilità di Giancarlo, ma Marco non te la prendere se ti senti fuori dal gruppo, vale lo stesso discorso fatto sopra per me e bisogna accettarlo (e te si pure andà in scena!).
e)
      I SCHEI: se ne è parlato talmente tanto da farli diventare l'unica presunta motivazione per la scelta delle Baruffe (ma vi assicuro che il discorso del GRUPPO era in cima alla lista da sempre). E ovviamente come tutto ciò di cui si parla troppo, sono svaniti come nebbia al sole, o meglio come il bel tempo sotto le nuvolacce nere che hanno rovinato presenze e incassi della stagione. Siamo da capo, non siamo sotto zero, ma la centralina è ancora la stessa e non credo che si riuscirà a cambiare.

 Sufficienti a non essere comunque soddisfatti? NO!

Solimano (che aspetta la prossima stagione per rientrare nel gruppo)

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E adesso qualcosa di completamente diverso!

Bullfrog: flowers in paradise!

Le date dei concerti della band più amata dalla Tabula Rasa!!

 

I Bullfrog sono lieti di invitarvi a prendere parte alle prossime serate danzanti, organizzate con la consueta simpatia e cordialità, dove sarete intrattenuti con magiche melodie che vi faranno sognare, in una notte da ricordare e da raccontare agli amici! Non mancate: sarete nostri graditi ospiti il giorno 4 ottobre al Virus, locale in Borgo Roma, 11 ottobre presso un Corte Samulele a Legnago. Quindi il 25 ottobre in un locale di cui ora non ricordo il nome ma giuro che mi informo!. Per ogni dettaglio o informazione visitate pure il sito: www.bullfrogband.f2s.com. Peace & love!

 Alessandra Adami

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Ricette Immorali

TORTA RUSSA

 

Presentiamo in anteprima mondiale la ricetta della torta più elogiata dell’estate (se non altro perché è stata l’unica!)! La ricetta esclusiva è di Patrizia (e qui si ha una spiegazione più che soddisfaciente del perché il suo matrimonio regga ancora!!! (Patty, non te la prendere. NdA)

Ingredienti per 4 persone

500g pasta sfoglia (possibilmente in pezzo unico della KÖCH)

7 cucchiai di zucchero

7 cucchiai di farina (autolievitante della Spadoni)

3 uova

100g mandorle sgusciate

200g amaretti

150g burro

Preparazione

Dopo aver imburrato una teglia del diametro di circa 28cm, stendervi la pasta sfoglia.

Preparare l’impasto:

sbattere insieme le uova e lo zucchero

aggiungere il burro sciolto a bagnomaria

aggiungere la farina

aggiungere le mandorle e gli amaretti ben sminuzzati

Mettere in forno già caldo a 180°C per minimo 45 minuti: sarà cotta quando la sfoglia sarà dorata.

 

 

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RECENSIONI DE "LE BARUFFE" DA L’ARENA

 Chiostro di S. Maria in Organo. Tabula Rasa mette in mano alle donne il sale della disputa in un confronto col sesso maschile

Baruffe e pari opportunità

Hanno la lingua lunga e basta un niente a provocarle. Quando poi quel “niente”, si fa per dire, è materia che porta i pantaloni allora la disputa diventa feroce e nulla può tenere la briglia delle donzelle. A Chiostro di Santa Maria in Organo per la rassegna “Teatro nei cortili” la compagnia Tabula Rasa ha messo in scena con successo e ottima affluenza di pubblico la commedia di Carlo Goldoni “Le baruffe chiozzotte” per la regia di Giancarlo Dalla Mura: uno spettacolo all’insegna della verve femminile nel quale appunto le popolane, in bei costumi realizzati da Elettra Guidi, sono sale e pepe della vicenda e l’ago della bilancia nel pesare la personalità dei maschi e delle femmine messi a confronto quando è la gelosia a farla da padrona e la necessità di una dote per poter farsi sposare.

La brillante commedia di conversazione è stata ottimamente interpretata dai valenti attori della Tabula Rasa che sotto la guida del bravo regista hanno tirato fuori le unghie in una dinamica, omogenea e frizzante messa in scena che non sfilaccia ma fa l’orlo alle battute con tutto il cast all’insegna della “pari opportunità recitative” ottimamente rispettate.

L’ambiente prende forma proprio attraverso un dialogo incessante e incalzante che da verbale si trasforma in plastico ed anche se “Chiozza” è più suggerita che descritta, acquista rilievo proprio attraverso la nobiltà del vernacolo e dei suoi risvolti virtuosistici dalla cadenza musicale centrando in pieno l’obiettivo di Goldoni di far risaltare nella storia non tanto l’ambiente, ma gli animi, o meglio il moto d’animo che di battuta in battuta, tra orgoglio offeso, cocciutaggine, litigi amorosi, rabbia, contrasti e dispetti, trionfa in un lieto fine confermando il motto universale che recita “senza azione non si ottiene nessun risultato” e tantomeno in una piccola cittadina di pescatori e di alacri ricamatrici al tombolo, tanto alacri quanto il loro temperamento.

Repliche fino a domani con inizio alle 21.

Michela Pezzani

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RECENSIONI DI "PESTE! PROCESSO AGLI UNTORI"

DA L'ARENA DI VERONA

Chiostro di santa Maria in Organo. L’acqua non ferma il pubblico che assiste alla “prima” riparandosi sotto il porticato.

Recitando sotto la pioggia

La “Peste” della Tabula Rasa è…contagiosa

Dopo il successo di pubblico nel “Cyrano de Bererac” nell’acqua con il Punto in Movimento a Villa Scopoli, l’attore e regista Solimano Pontarollo della compagnia Tabula Rasa ha una certa dimestichezza con l’elemento liquido. Non si è lasciato spaventare, perciò, dal maltempo che, l’altra sera, ha imperversato sul Chiostro di Santa Maria in organo dove,per la rassegna “Teatro nei cortili” è andato in scena il monologo “Peste! Processo agli untori”, la rievocazione storica in chiave universale de “La storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni. Pontarollo non ha battuto ciglio e, imperterrito ha recitato sotto la poggia battente (quasi un segno di purificazione).

La perturbazione ha fatto capolino proprio alle 21, pochi istanti prima della recita e al pubblico che non manifestava alcuna intenzione di andarsene, Pontarollo ha detto “Ho un’idea. Se volete, potete portare le sedie sotto il porticato e io inizierò lo spettacolo”. E così è stato. La gente ha subito accolto la proposta e, sistemate le seggiole, ha assistito con emozione alla performance con Pontarollo impegnato nella recitazione sotto il rovescio incessante.

Sul palco gli elementi scenici erano pochi ma efficaci: la fatidica colonna fredda e subdola, un tavolinetto con gli strumenti di lavoro, un leggìo, una sedia, un candelabro a tre fiamme e un metronomo messo in funzione a diverse velocità e utilizzato come battito cardiaco e unità di misura dello scorrere degli eventi di quella maledette estate lombarda del 1630. Fu allora che Milano divenne drammatico palcoscenico del crudele morbo pestilenziale del quale furono accusati, condannati e uccisi barbaramente uomini innocenti, additati dall’ignoranza della gente e dalle maldicenze di essere “infami untori”, ossia spargitori, con tanto di pennello, del mortale bacillo sulle porte delle case.

Pontarollo ha firmato a quattro mani, insieme a Renzo Gasparella, la regia di questo interessante recital con i quadri scenici di Enrica Brizzi, la ricerca musicale di Giancarlo Dalla Mura e il disegno luci di Alberto Costantini. L’intenzione è quella di rendere un orrendo capitolo della nostra storia un motivo di riflessione sulla contemporaneità che, in quanto a esempi di iniquità umana, purtroppo si distingue, è riuscito in pieno, suscitando nel pubblico più di una chiave di lettura.

Un argomento non proprio dei più leggeri che sui banchi di scuola gli studenti hanno dovuto leggere per obbligo e che il teatro è riuscito a trasformare in libera scelta proponendo una pagina di letteratura “da interrogazioni ed esame di maturità” in moderno messaggio di libertà e di lotta contro l’ingiustizia.

(Michela Pezzani)

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DA "IL DIBATTITO", periodico internet.

 Visto, soprattutto ascoltato, e molto apprezzato, la sera del 21 agosto nello spazio del Chiostro di S. Maria in Organo. Solimano Pontarollo, attore della Compagnia Tabula Rasa, ha interpretato "Peste! (processo agli untori)", un atto unico scritto da Renzo Gasparella sulla base della "storia della Colonna Infame" di Alessandro Manzoni. Si tratta di un lungo monologo, che dura un'ora e venti e che Pontarollo esegue sostanzialmente come una partitura vocale. Cioè non ne fa partecipe il corpo, se non per piccoli tratti che servono a scandire le varie sequenze, come il camminare lento con un candelabro acceso, lo spostarsi verso un leggìo, il sedersi; ma adopera la voce variandone i timbri in un crescendo che costituisce a mio parere l'essenza di questa azione teatrale.

Il testo, per il quale non posso che complimentarmi con l'autore Gasparella, è concepito come una lectio intorno alla peste: dopo un'introduzione colloquiale sul senso della morte, si passa all'approfondimento scientifico del fenomeno in tutte le sue varianti biologiche e storiche con un excursus attraverso i secoli che si conclude con la grande catastrofe del 1630 e con il processo agli untori compiuto a Milano in quella occasione. I temi dominanti del racconto sono il senso della giustizia e dell'ingiustizia, la filosofia del potere e la sociologia dei comportamenti di massa. L'attore compare al centro di una scena occupata da pochi elementi - colonne, velo schermo, un tavolino, due scranni, un leggìo -, e nella sua interpretazione vocale segue molto fedelmente la partitura testuale: inizia sommessamente, quasi a dialogare con gli spettatori, per poi assumere un tono cattedratico e oratorio nelle spiegazioni scientifiche e nel racconto storico, con qualche spunto ieratico nella configurazione dei potenti, e infine "si moltiplica" nella convulsa concitazione del processo agli untori, interpretando con grande effetto drammatico gli accusati e gli accusatori, le folle e i giudici. L'uso dei semplici oggetti di scena è metaforico e allusivo: un sacco di sabbia appeso ad una colonna e pugnalato più volte per significare la tortura del condannato, il gioco dei dadi come gioco della vita e della morte, un metronomo per scandire l'incalzare del tempo e della malattia mortale. Anche questi elementi sono adoperati in modo molto parco all'inizio e invece con più frenesia nell'approssimarsi della soluzione finale. Dunque: testo, cose e voce in piena sintonia con un evento che si sviluppa come un temporale, con un cielo quasi terso all'inizio, poi l'addensarsi delle nubi, lo scoppio di tuoni e fulmini e lo scroscio finale di pioggia e grandine. Questa lettura dello spettacolo è una specie di vezzo che mi permetto dato che la sera prima la "Peste!" era stata rappresentata da Pontarollo in condizioni atmosferiche molto simili, sotto una pioggia battente e con gli spettatori in rifugio all'interno del chiostro, mentre il povero attore dipanava la sua crudele storia nell'infuriare degli elementi. Ne ha riportato una spossatezza, che ha pagato la sera dopo con qualche sbavatura qua e là, qualche lapsus, che in una partitura per sola voce sono un po' come le stonature nell'esecuzione di un pezzo musicale: lanciano un'ombra anche sull'insieme. Così è il teatro, che si fa sera per sera nel suo unicum irripetibile. La "Peste!" per il momento non replica, ma confidiamo che l'università e le scuole superiori prendano in considerazione questo ottimo lavoro, essenzialmente didascalico. Solimano Pontarollo ha precedentemente offerto in questa stagione una bella prova d'attore nel Cyrano messo in scena da Roberto Totola alla Peschiera del Parco di Villa Scopoli di Avesa ed ora lascia la scena ai suoi compagni della Tabula Rasa che al Chiostro di S. Maria in Organo rappresenteranno "Le baruffe chiozzotte" di Carlo Goldoni fino al primo di settembre.

Raffaello Canteri

 

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Continua a grande richiesta lo strepitoso gioco a premi del Beccafico! Dopo solo un numero ha già ottenuto il consenso di tutta la compagnia (e non solo!…), anche grazie ai ricchi premi che ci sono in palio! Ma, visto che i Nostri Piccoli Lettori si sono dimostrati così intelligenti, il gioco si fa più duro!

La Laringe della Sfinge

(inviate le vostre risposte a: ale_adami@libero.it, oppure attraverso SMS al numero 3336518337 o via posta all’indirizzo Alessandra Adami, via Santini 66, 37124 Verona (farà fede il timbro postale); il primo vince un prestigioso premio!!)

 Orologio svizzero

Quante volte in un giorno, e a quali ore, le due lancette di un orologio sono perpendicolari tra loro?

 Ho dovuto trovare una domanda breve per fare posto alla risposta lunghissima del vincitore del gioco del numero scorso! Vi comunico fin d’ora che la risposta del vincitore verrà pubblicata, quindi cercate di scrivere cose decenti e, se possibile interessanti, se non divertenti!

Il vincitore è Alessandro Venza (che vince un buono valido per un posto in prima fila a uno dei prossimi concerti dei Bullfrog!) e questo è il testo della sua risposta:

 La Risposta della Rospa

 “Ciao Ale, sono Ale (Alessandro Venza per capirci meglio, ed ancora meglio: Lustrissimo) secondo me la risposta della laringe della sfinge risiede nella colpevolezza di Laura (Nik). Di seguito ti illustro brevemente come sono arrivato a questa conclusione.

 - Dal punto di vista della logica dialettica mettere Laura come colpevole non contraddice il principio per cui le affermazioni dei sospettati abbiano le caratteristiche di cui ai dati dell'enigma. Laura dice: "Non sono stata io (bugia). E neanche Marco (verità)."; Marco dice: "Non è stata Laura (b). Il colpevole è Roberto (b)."; ed infine Roberto dice: "Non è vero, non ho rotto io la finestra (v). L'ha rotta Laura (v).", ci troviamo quindi con uno che ha detto solo verità, un altro tutte bugie ed un'altra che ha detto una verità ed una bugia.

 - Per arrivare a porre fra le tre l'ipotesi che fosse Laura colpevole, ho ragionato pensando che l'unica persona che avesse a disposizione un oggetto contundente di particolare massa, peso e resistenza per poter rompere una finestra fosse appunto lei in quanto provvista, a differenza degli altri, di solide calzature (zoccoli) in grado di compiere il misfatto.

 - Non solo: l'alleato accanimento di Laura e Marco contro Roberto, mi ha fatto pensare che, attaccato su due fronti, il malcapitato non avesse nessun altro conforto che dire unicamente la verità, sentendosi così sostenuto se non da un compagno dalla morale che alberga in lui.

 - In ultimo: ma dov'è questa fantomatica finestra, Giancarlo? Io ho solo visto delle porte a vetri ma nessuna finestra. Non è che ci hai voluto fare uno scherzo per metterci uno contro l'altro e governarci secondo il motto: "Dividi et impera".

 Aless.”

 

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SARTORIA. SARTA. VESTITO.

 

Siamo da Imperia, sarta modellista, una vita spesa a “vestire” Verona, che con tenacia e costanza ha mantenuto una sua identità e indipendenza, rinunciando al “posto fisso” per la libertà di creare senza imposizioni. Ma per tutta la Tabula Rasa è semplicemente “la Zia”, sempre presente ai debutti della compagnia, costumista, stilista, modellista, in una parola Sarta. Capace di inventare una nuova tipologia di vestiti (Othello), di realizzare da niente, e con niente, costumi ‘800 (Sorprese), di riprodurre fedelmente costumi disegnati per cartoni animati (Biancaneve). E sono solo degli esempi.

Per conoscere e capire la Zia bisogna andarla a trovare nel suo “studio-laboratorio”, la casa in cui vive e crea da trent’anni, un ampio appartamento di forma irregolare, con pavimenti di grandi assi di legno color rosso mogano, che esprime tutta la prorompente personalità, l’apertura verso gli altri, la passione per i viaggi, l’amore per le piante. Cuore pulsante è l’ultima stanza, il laboratorio vero e proprio, con una finestra che si affaccia sulla via Ponte Pietra fino a vedere la Chiesa di S. Anastasia, aperta al cielo e protetta da spessi muri. Al centro della stanza c’è il tavolo da lavoro, sempre ricolmo di tessuti, gessi, metri, forbici mescolati come a formare una scultura sul piano; alle pareti, le macchine da cucire, il ferro da stiro con caldaia, la vecchia radio giradischi a valvole (sempre accesa), il nuovo stereo (regalo TR); strani amuleti appesi volteggiano sopra le nostre teste, un po’ a rassicurarci un po’ a preoccuparci; sullo stipite della porta, in alto, una placca a ricordare che “il genio è in tilt”; e poi la sdraio, i mannequin, i metri da sarta appesi al muro. Un’ordinata confusione che ti avvolge, ti sconvolge e ti accoglie al tempo stesso.

Nonostante la mia presenza in questa casa sia stata, a periodi, quasi quotidiana (la mia infanzia si è divisa a pari tra casa mia e casa della zia), questa volta c’è un qualcosa di speciale. Devo raccogliere pensieri sciolti scritti da Imperia sull’essere sarta, per il Beccafico. Insomma, un inviato per delega del nostro capo redattore (Alessandra). Ed è nata questa intervista.

 Beccafico - Chi è una sarta?

IMPERIA - Sarta, cos’è! Cosa deve sapere! Innanzitutto deve conoscere la struttura anatomica, e capire che è una “FORMA ARCHITETTONICA IN MOVIMENTO”. Con quattro piani, ognuno dei quali è importante per vestibilità, piombatura e cadenza del capo.

Beccafico - Quali sono questi quattro piani?

IMPERIA - spalle, seno, cintura, fianchi

Beccafico – Forma architettonica in movimento: l’espressione dà l’idea di una scultura in volo, i piani sono la base di studio, c’è qualcos’altro da osservare?

IMPERIA - C’è la postura che ogni fisico ha, che determina l’impostazione del taglio.

Beccafico – Bè, almeno a parole, sembra semplice capire chi è una sarta: un’artista che crea su un modello (il corpo del “cliente”) …

IMPERIA – Ma c’è un secondo punto: deve avere un minimo di “psicologia” per cogliere l’esigenza interiore di ogni persona a cui si realizza il capo d’abbigliamento, in modo che questi senta valorizzata la sua personalità.

Beccafico – Detto niente! Immagino che non sia facilissimo capire chi si ha davanti…

IMPERIA - Oltre a questo ci sono dettagli tecnici: la sarta deve saper tagliare, avere molta creatività, fantasia, senso estetico, capacità nelle proporzioni che con tagli appropriati rendano il tutto armonioso allo sguardo.

Beccafico – Cioè?

IMPERIA - Stile e linea che nel tempo restino una cosa viva che, indossata, ti rappresenti.

Beccafico - Questa sarebbe la sarta completa?

IMPERIA - Questa sarebbe la sarta completa, che idea, taglia, cuce e realizza. Poi ci sono le sarte che hanno bisogno dello stilista e del modellista, che comunque, se amano questo lavoro, che è creativo, lo realizzano abbastanza bene ed in maniera soddisfacente.

Beccafico – Grazie per queste prima, interessante, definizione. Penso che nel prossimo Beccafico si possa proseguire questo percorso in un mestiere che non è mai, se mi è concessa la battuta, “passato di moda”.

 

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Con questo numero, il Beccafico guadagna un nuovo collaboratore estero, che scrive addirittura dall’Inghilterra! Si tratta di Caterina, che i più ricorderanno per una sgangherata interpretazione di Annabelle nel “Colpo della strega”.

  “SOCIAL DRAMA”: quando teatro e realtà si fondono

Dalla nostra inviata in UK

 Innanzitutto un saluto a tutti voi, meravigliosi attori/attrici/registi/registe (perchè no?)/tecnici/tecniche della Tabula Rasa, dall’ormai dimenticata (ma mi dicono: egregiamente sostituita) Annabelle. Ringrazio il nuovo Direttore per aver pazientato ed avermi concesso uno spazio sul risorto Beccafico, per portare alla vostra attenzione, amatori ed amanti del teatro, un aspetto inusuale (almeno per la mia personale diretta esperienza – lo ammetto, alquanto limitata) del teatro appunto.
Da alcuni mesi collaboro come volontaria con una piccola ONG (ndr: organizzazione non governativa) inglese chiamata Village Aid che coordina progetti di sviluppo economico e sociale in Africa Occidentale. Leggendo i report dei vari progetti in corso, la parola social drama ha catturato la mia attenzione ed ho voluto saperne di più…e poi ho pensato che magari potesse interessare anche voi!
Ritengo opportuna una premessa, arrivati a questo punto.
Village Aid porta avanti una “filosofia” d’intervento basata sul dialogo diretto con la popolazione che abita i piccoli villaggi rurali africani, per capire dalla loro viva voce che cosa intendono per sviluppo, che tipo di sviluppo vogliono e quali riconoscono come priorità d’intervento in quest’ambito. Quello che propone è quindi un intervento non imposto dall’alto, ma un progetto che prende forma dall’ascolto diretto dei bisogni rivendicati dagli abitanti di queste regioni che vivono in condizioni di povertà, non solo in termini strettamente economici, ma più precisamente in termini di libertà ed opportunità personali.
Donne e giovani sono le categorie sociali che vengono maggiormente interessate da tali progetti, in quanto sono quelle categorie che più di altre subiscono limitazioni nell’accesso a fonti di educazione, lavoro, autonomia finanziaria.
In questo panorama il teatro viene ad assumere un ruolo molto importante e delicato: esso diviene uno strumento unico, in termini d’efficacia, a disposizione degli individui (e delle donne in particolare) per portare all’attenzione degli altri – siano essi abitanti dei villaggi o educatori sociali dei progetti di sviluppo – idee, sentimenti, rivendicazioni, denunce che altrimenti non troverebbero altro spazio espressivo.
Non vi immaginate però uno spettacolo teatrale propriamente diretto, con costumi e ricercata scenografia. Quella di cui parlo è sostanzialmente una commedia di ruolo (role-play) dove personaggi stereotipati (la Moglie, il Marito, il Capovillaggio, per nominarne alcuni) vengono inseriti in uno scenario rilevante rispetto a quel determinato contesto sociale. La trama è elementare; il canovaccio propone immagini di vita quotidiana in casa, nei campi, al mercato.
Il social drama è volutamente slegato dalle regole del palcoscenico, per offrire la massima libertà espressiva agli attori e permettere agli spettatori di partecipare attivamente alla messa in scena. Lo scopo è quello di provocare attori a spettatori a collaborare in un processo partecipativo di discussione su importanti temi sociali.
Quella che prende forma sul palco è una denuncia della realtà piuttosto che una rappresentazione realistica.
Dove risiede quindi l’importanza e l’efficacia di questo dramma?
Da un lato, il fatto che gli attori stiano impersonando un personaggio-modello crea un’aura protettiva che li rende immuni da possibili rivendicazioni e vendette se non all’interno del contesto teatrale.
Dall’altro, gli attori stessi, costretti a calarsi nei panni delle categorie sociali che sono chiamati ad impersonare, sono stimolati a capirne e condividerne comportamenti, ragioni, sentimenti, desideri.

In questo modo, per la prima volta, una moglie è riuscita a rivendicare di fronte non solo al proprio marito, ma anche all’intero villaggio, il proprio desiderio di emancipazione, la propria voglia di imparare a scrivere e leggere e di non essere più picchiata dal marito perché ha destinato i pochi soldi risparmiati, all’educazione della la figlia femmina (la scuola è generalmente un privilegio che spetta ai maschi). E per la prima volta un marito, chiamato ad impersonare la figura della Moglie nella finzione scenica, è costretto a subire direttamente le limitazioni e gli ostacoli alla libertà individuale che le donne, quotidianamente, si trovano a sopportare.
Staccandosi per tutta la durata dello spettacolo dalla realtà, attori a spettatori vengono nel contempo stimolati, tramite questo importante strumento educativo che è il social drama, a rientrare nella realtà stessa in maniera più critica, profonda, rianalizzandola sotto un’ottica nuova.
Il palco – un semplice cerchio tracciato nella polverosa area centrale del villaggio – diventa un luogo “neutrale” dove i più deboli all’interno della società acquistano voce per rivendicare i propri diritti di fronte a tutti.

…le potenzialità del teatro sono davvero infinite!!!

Buon lavoro a tutti! (ma chi è il tuo datore di lavoro? Galliani? o Teo Teocoli? NdF)

Caterina Polla

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LA PRODUZIONE PER TALEA DEL GERANIO PARIGINO

di Roberto Macchi (evvai, abbiamo fatto prendere in mano una penna al Roby! NdA&F)

 MATERIALE

-         Due gerani da invasare in fioriere da 40 cm (un geranio ogni 20 cm). I gerani vanno possibilmente acquistati privi di fiori.

-         Terriccio per gerani o universale nella quantità che vi serve per colmare tutte le vostre fioriere.

-         Concime in polvere idrosolubile con il titolo di azoto più alto rispetto ai due elementi rimanenti: per esempio: 20-10-10 (Azoto=20, fosfato=10, potassio=10) oppure 18-8-10.

-         Contenitori in plastica o polistirolo con foro, capienti quanto una tazzina di caffè; è importante che abbiano il foro sul fondo per il drenaggio dell’acqua, ancora meglio sarebbe se aveste un contenitore alveolare

 PROCEDIMENTO

1)      Invasare i gerani nella fioriera assicurandovi che:

a)      il colletto delle vostre piante non venga sommerso dal nuovo terriccio

b)      il terriccio aggiunto sia pressato nella cassetta in modo uniforme

c)      il terriccio e il colletto della pianta siano almeno 1 cm sotto il limite della cassetta

d)      tutti gli steli floreali, anche quelli più piccoli, vengano tolti

 Infine, bagnate abbondantemente.

Dopo una settimana, cominciate a concimare a giorni alterni. Potete preparare la soluzione di acqua e concime in un canestrino (30g x 10litri). La bagnatura deve essere giornaliera e né troppo abbondante, né troppo scarsa. Dopo una decina di giorni, le vostre piante saranno pronte per essere taleate.

PS: le piante vanno tenute in un posto soleggiato dove possibilmente non risentano dello sbalzo termico notturno.

 2)      Dopo aver preparato i contenitori alveolari con terriccio pressato leggermente e bagnato, in un secondo momento credo che sarete pronti a ricevere il segreto della procreazione, che solo il produttore esperto sa normalmente compiere! Comunque le indicazioni illustrate che mi accingo a darvi vi aiuteranno a compiere al meglio il vostro lavoro.

a)      La talea è il germoglio della nostra pianta e va tagliata senza ausilio di forbici: la si deve rompere nel punto preciso indicato in figura 1 e, spezzandosi, deve fare un rumore secco. Se ciò non dovesse avvenire, significa che il germoglio è passato. Se nella vostra talea esistono due foglie primarie, bisogna eliminarne una, quella più chiusa.

b)      Per fare una pianta occorrono due talee nello stesso foro alveolare disposte come in figura 2: esse devono essere vicine e il loro colletto deve essere posto a livello del terreno, il che significa che le talee devono essere inserite nel terreno non oltre 1 cm.

c)      Dopo 12 giorni circa, quando le radici fuoriusciranno dal foro sottostante il contenitore, estraete la zolla radicata e piantatela in un vasetto grande quanto un bicchiere assicurandovi che anche questo abbia il foro per il drenaggio dell’acqua e bagnate poco una volta al giorno

d)      Dopo altri 12 giorni ripetete l’operazione, trapiantando definitivamente nella fioriera le vostre piante ad una distanza di circa 20 cm l’una dall’altra. In quest’ultima fase si può concimare un paio di volte, data la capienza del vaso.

 

 

 

 

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