IL BECCAFICO
OVVERO IL PUNTO DINCONTRO DEI TABULA RASA
Associazione di Cultura teatrale TABULA RASA-COMEDIE VILLON THEATRE
Recapito: Pontarollo Solimano Via Trota, 2/a 37121 Verona Tel. 045/ 8011295
web: http:\\www.tabularasa.vr.it
e_mail: info@tabularasa.vr.it
Direttore: Alessandra Adami
ale_adami@libero.it
– Caporedattore: Francesco
Dalla Riva
dalla_riva@libero.it
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SOMMARIO
Il nuovo Direttore dà il benvenuto a tutti i lettori della nuova versione del Beccafico.
CIAO A TUTTI!
di Alessandra Adami
Credevate che, «in qualità di Direttore» (e chi ha orecchie per intendere...), avrei solo usato il frustino per far lavorare il da Voi scelto Caporedattore, rimanendo nell’ombra, ma vi sbagliavate!
Non me ne resterò in disparte a guardare, ma dirò la mia sul mio giornale! Okay, mi sto facendo prendere da manie di grandezza, ma non capita mica tutti i giorni di essere il DIRETTORE GENERALE di una rivista che viene pubblicata in internet, nientemeno... Adesso comincio a capire il nostro Presidente!
Passiamo a cose serie: la presentazione della nuova edizione del Beccafico.
Non abbiamo ancora definito di preciso la struttura del giornale: lo faremo volta per volta, anche attraverso le vostre opinioni che ci perverranno dai sondaggi DOXA.
Per cominciare, vi proponiamo dei commenti tratti da fonti segrete delle due opere teatrali che la TR porterà nei cortili quest’estate. Poi ci saranno recensioni varie fatte da me, una ricetta, qualche gioco, il programma della stagione teatrale nei cortili e tanto altro ancora (forse...).
Un’iniziativa che vogliamo portare avanti è quella della partecipazione attiva dei lettori fedeli! Con recensioni di cose (opere teatrali, film, libri, dischi, etc.) che vi hanno colpito, con giochi, barzellette e chi più ne ha più ne metta! Mandate a me (ale_adami@libero.it) tutte queste cose ed io le pubblicherò

Il sex-gate travolge il presidente e crea polemica alla convention annuale della Compagnia!
È SCANDALO ALLA TABULA RASA
Leggete tutto nell’esauriente articolo del nostro inviato
di Francesco Dalla Riva
Doveva essere una pura formalità,
risolversi in cinquanta minuti con la solenne investitura per gli alti comandi
tabularasati e, invece, miei cari piccoli lettori, ancora una volta
l’incredibile è divenuto realtà! Nonostante siano passati già alcuni giorni, non
si sono ancora placate le polemiche e il polverone suscitato dall’annuale
meeting/convention della Tabula Rasa non accenna a sedarsi. Le forze dell’ordine
sono state allertate e mobilitate per evitare probabili insurrezioni.
L’Amministratore Generale, tale Solimano Pontarollo, in un primo momento ha
tentato in maniera indecorosa di insabbiare l’intero procedimento di
investitura, proponendo antidemocraticamente una votazione globale per tutte le
cariche (e sottolineiamo tutte!... una votazione unica!!... che razza di
ribaldo!!!) e, se non fosse stato per il provvido intervento di una frangia
ristretta di strenui difensori dei sacrosanti diritti dei buoni e dei dritti, di
muri e soffitti – scusate, abbiamo perso il filo – tutto sarebbe finito lì.
Fortunatamente la successiva investigazione ha mandato all’aria le losche trame
del Pontarollo e ha portato alla luce una situazione che assume sempre più i
contorni di un vero e proprio sex-gate.
Come altro possiamo definire il nodo
di potere che si è determinato nelle mani del Presidente uscente Dal Bianco
Tiziano, già noto ai nostri lettori per passate squallide e oscure vicende che
certo è superfluo richiamare? Il suddetto si vede infatti con la votazione
odierna, riconfermato quale Presidente della Compagnia e si ritrova, allo stesso
tempo, come “arcigno” e “imparziale” Revisore dei Conti e Arbitro delle Spese da
lui decise, nientepopodimenoche... sua moglie!!! Non si vuole togliere nulla
alla perizia e alla competenza della scrupolosa e dinamica Marinella, che già in
passato ha salvato la baracca in più di una situazione, ma ammetterete che tutto
ciò sa di losco!
Per fortuna, dopo ore di accesa discussione, l’amore ha trionfato e tutti sono
tornati a volerse bene. Certo, ci sarebbero altre cose interessanti da scrivere
sulla riunione, ma ormai è tardi e l’inviato inizia a rompersi e...insomma Marco
non l’ha mai scritto un articolo così lungo, ecco!!! Per la cronaca, Soli è
l’amministratore, il Gianca è il dir. artistico, Robertino ci mette il furgone,
e la Anna spegne gli incendi. ...stavamo dimenticando i nuovi responsabili del
Beccafico, i vostri reporter preferiti : io e la Ale!!! Ciao.
IN BOCCA AL LUPO!
di Solimano Pontarollo
Sono felice di sapere pronto alle stampe un nuovo numero del Beccafico, dopo lo stato di letargo criogenico degli ultimi tempi. Felice perché è uno strumento essenziale per tenere i contatti con chi, per lavoro o problemi personali, non sta lavorando con il "gruppo". Parole già sentite, ma che quest'anno l'aperta intenzione di coinvolgere tutti con uno spettacolo con così tanti interpreti come le Baruffe e il desiderio di essere di nuovo un insieme, acquistano ancora più significato.
In bocca al lupo allora al nuovo direttore, al nuovo redattore, augurandogli di far ritornare il beccafico alla periodicità con cui è nato; augurandogli di far ritornare il Beccafico ad essere strumento di coesione e di informazione.
E in bocca al lupo alla Tabula Rasa, che quest'anno gioca un'importante partita: il primo "Goldoni" della sua storia, in una stagione in cui nessun'altra compagnia amatoriale presenta Goldoni ai cortili. Una bella partita, a cui arrivare pronti e carichi, ma soprattutto con quello spirito di gruppo che ha sempre caratterizzato, fin dagli esordi, la compagnia. Anche perché bisognerà risollevare il morale degli spettatori che la "Peste" avrà provveduto a far scendere sotto i tacchi .... a proposito della Peste: Renzo sta sopportando con incredibile stoicismo lo stillicidio di prove a cui la stagione solimanesca ha portato (ci mancavano solo i legamenti...), ma è confermata a fine giugno l'anteprima alla Genovesa. Il giorno previsto è il 28 (se lo spazio, utilizzato in quel periodo per le finali del torneo di calcetto, è disponibile).
PENSIERI SCIOLTI: che differenza c'è?
Ho visto
cantanti prepararsi alla canzone, con una precisione estrema, con un'attenzione
estrema, con un legame estremo alla musica. L'ascolto, fondamentale per essere
in sintonia, per non "steccare", è al massimo.
Ho visto ballerini prepararsi al saggio o allo spettacolo con una precisione
estrema, con un'attenzione estrema, con un legame estremo alla musica.
L'ascolto, fondamentale per essere in sintonia con il resto del corpo di ballo,
è al massimo.
Entrambi, ballerini e cantanti, lavorano, studiano, svolgono attività
diverse dalla loro passione. Eppure lì non possono permettersi
l'approssimazione, non possono permettersi l'impreparazione, perché la voce e il
corpo li tradirebbero, con conseguenze evidenti.
Ho visto attori prepararsi con approssimazione, ascoltando solo se stessi,
imprecisi nell'agire in scena, stanchi delle tante ripetizioni, stanchi del
lavoro o dello studio della giornata.
Attori, ballerini, cantanti: che differenza c'è?
di Solimano Pontarollo
PeppeSatan, PeppeSatan Aleppe!!
...l’angolo della poesia e del cinema
In questo numero del B. esordiamo con una poesiuola, che forse è più un pensierino; non che abbiamo nulla contro le poesie lunghe, ma quelle corte annoiano meno!
Pensando ad alta voce
Pensando ad alta voce
a come ci sentiamo oggi
ieri sera abbiamo sorseggiato un tramonto
la mia mano era tra i suoi capelli
e siamo la nostra unica salvezza
a cominciare dai nostri cuori
che infondono vita
l'uno nell'altro
Pensando ad alta voce
chissà se il tempo ci tratterà bene
mentre lei aleggia per la cucina
assaporo l'odore
del pane tostato con il burro che si scioglie,
poi torna a letto
sparge briciole ovunque
e scuoto la testa
ed è solo quel che dai
che ti rende ciò che sei.
Ian Anderson 1971
(Ian Anderson è nato nel 1947 in Scozia; dal 1968 è il cantante/flautista dei Jethro Tull
La storia: Amélie, cameriera di Montmartre, si preoccupa di rendere felici tutte le persone che la circondano
Ci sono personaggi cinematografici così perfettamente integrati con la storia che li racconta e con l’attore che li interpreta da creare una sintesi armoniosa ed emblematica. Dicendo Blues Brothers, Neo o Dude Lebovski tutti sanno di chi si parla e quasi tutti hanno un moto di nostalgia (o di ripulsa) per una situazione e un volto ormai proverbiali. Si tratta in tutti i casi citati di protagonisti larger than life, ovvero non impastoiati da convenzioni realistiche, ma capaci di creare una propria realtà. Ai personaggi femminili non capita spesso di costruire un mondo a loro immagine e somiglianza, un mondo di invenzione ed eccentricità capace di sopravvivere ai ruoli tradizionali di amante, moglie e madre. Amélie Poulain/Audrey Tautou è una di queste rare simbiosi riuscite. Quel viso con i grandi occhi neri e i capelli corti, assolutamente affascinante perché non fa nulla di prevedibile per sedurre, è l’unico viso possibile per una ragazza che non è la fotocopia di nessun’altra. (da duel febbraio 2002)
Se non lo avete ancora visto, per favore noleggiatelo perché ne vale davvero la pena, almeno secondo me! È uno di quei film che vorresti che non finissero mai, perché ti sorprende in ogni momento con cose piccole ed insignificanti, come infilare la mano in una cesta piena di semi, che però possono davvero dare una felicità immensa! Dal punto di vista di un attore forse non è un film così significativo, ma la naturalezza interpretativa di Audrey Tautou ci può insegnare qualcosa e, se non lo fa, chissenefrega!! È bello e ne vale la pena!
Alessandra Adami
Cosa fare quando siete in bagno e non vi viene l’ispirazione? Ci pensa il Beccafico! proponendovi alcune letture critiche ed edificanti che riguardano i due prossimi allestimenti TR. Il primo testo proviene da una edizione prestigiosa delle “Baruffe” che non menzioniamo per non pagare i diritti d’autore. Il secondo testo proviene, invece, dal mio sussidiario delle medie, al capitolo “Manzoni”. Buona lettura... rigorosamente a braghe giù!
Letta insieme alle più celebri commedie del Goldoni, Le baruffe chiozzotte appare subito uguale e diversa dalle consorelle. Uguale perché tutta una serie di precise ragioni tematiche e di struttura la legano, come frase di un unico armonico discorso alla parte più valida dell’opera goldoniana: diversa perché quei temi e quelle strutture assumono in lei una schietta inconfondibile originalità. Qual è dunque l’essenza teatrale e letteraria delle Baruffe?
Per servirci di una definizione molto generica, diremo che le Baruffe è prima di tutto una commedia “d’ambiente”, e più precisamente “d’ambiente popolare” insieme ai Pettegolezzi delle donne, alle Massere, al Campiello. Con questa sostanziale differenza: che in essa il paesaggio fisico ha molto minore importanza del paesaggio umano, e direi sociale. Certo quella “Chiozza” più suggerita che descritta, con le sue strade fitte di casupole, a sfondo l’intrico dei canali, le donne sedute sull’uscio a lavorare, o protese su ringhiere e balconi in un ennesimo battibecco, mentre gli uomini legano agli ormeggi le tartane, e scaricano sul pontile le reti colme di sogliole, cefali, rombi, acquista subito una sua colorita evidenza e avvince con la stessa fragranza di certe tele del tempo. Ma il gusto di Goldoni nel ricreare un’atmosfera non si arresta alla realtà esterna, naturale: anche un moto dell’animo, un gesto, una frase diventano linea e colore, entrano a far parte del quadro. Il paterno rabbuffo di Paron Vincenzo (Donna Polonia nella versione Tabula Rasa NdD) a Toffolo, che vorrebbe mettersi nei guai (“Va a tirar l’alzana”), quelle domande premurose tra familiari, appena messo piede a terra (“Stastu ben, sorella?” “Mi Orsetta no la voggio altro;…avè dito tanto che se fusse qua Orsetta, ghe daria un shiaffazzo in tel muso. Da culìa no voi altro”; “No, no la xe più la mia novizia. La voggio lassare, la voggio impiantare;…” Ma se tra il primo e Orsetta la pace è presto fatta, almeno nelle intenzioni (“No sala che la collera orba che no se sa delle volte quel che se diga?”; “Anca mi son uno che presto me la lasso passare”), tra Titta Nane e Lucietta la riconciliazione sarà lenta e penosa. Goldoni ne approfitterà per scrivere una delle sue storie d’amore più mosse e articolate. Vi trovano posto l’orgoglio offeso(“Mi, co fazzo l’amore, no voggio che nessun possa dire…mi so omo, saveu? So omo. E no son un tutelo, saveu”), il puntiglio e la cocciutaggine (“Figureve se voggio esser la prima mi”), la rabbia (“Mo no xele cose da pestarlo co fa el baccalà!”) e il dispetto (“Mi, lustrissimo? No la sposo ne’anca se i me piche”). Tra l’irrompere dell’uno o dell’altro sentimento si aprono zone di più intenso chiaroscuro: il brivido lieve del rimorso (“Maledìo! Se no me vergognasse…”), certi esitanti approccio pieni di tremore(“Gnanca, patron? Gnanca un strasso de saludo?”; “e perché mo no dirme gnanca una bona parola?”), certe confessioni a mezza voce (“Gh’ho volesto ben, gh’ho volesto”), che confermano in Goldoni una sensibilità attenta ai trasalimenti dell’animo, incerto tra pianto e sorriso. Naturalmente l’amore tra i due giovani la spunterà su ogni ostacolo: anche Titta e Lucietta, nella grande scena finale si daranno la mano, e lo faranno e lo faranno in una loro maniera schiva, scontrosa, ma piena di tenerezza: “Cossa gh’astu?” “Gnente” “Via, animo” “Cossa vustu?” “me farastu più disperare?” “No” “Me vorastu ben?” “Sì” “…dame la man” “tiò” “ti xe mia muggiere”. Infine, nel suo grado più alto, le Baruffe è un esemplare “commedia di conversazione”. La definizione non sembri gratuita. Una delle linee più valide della ricerca goldoniana è quella che tende a ridurre il peso dell’azione sino a rifonderla tutta nella parola, e a far diventare questo il solo e più puro strumento dell’espressività teatrale. Questo tentativo di concepire il teatro come parola caratterizza anche La bottega del caffè e Il Campiello, Le avventure della villeggiatura e Le massere. Ma in queste commedie il rifiuto della vicenda non riesce mai a essere totale: qualche aneddoto o pretesto narrativo sempre resiste e si insinua, anche non richiesto, nel gioco di pure cadenze verbali. Nelle Baruffe, invece l’azione è veramente ridotta al minimo, tutta condensata nell’antefatto, in quelle tre scene iniziali, concitate e scattanti, in cui un banale dispetto d’amore scatena improvviso il “temporale”, la baruffa. Tutto il resto non è che una serie di espedienti per sanare un contrasto che ha tutta l’aria di essere facilmente sanabile: e che verrà composto dopo i tre atti consueti soltanto per permettere all’autore di dipanare, in uno stupendo esercizio virtuosistico, l’altro aspetto della commedia, quello appunto “conversativo”, che ha nella parola il mezzo e il fine ultimo.
Il primo incontro di Goldoni con Chioggia data degli
anni della fanciullezza, e precisamente dei primi di giugno del 1721, quando lo
scrittore, poco più che quattordicenne, sbarcò all’improvviso nella cittadina
lagunare, al termine della celebre fuga da Rimini con la compagnia di
commedianti girovaghi, e si precipitò a cercar perdono nelle braccia della
“Madre tenera e amorosa”. Nell’estate di quell’anno, il padre medico, per
distrarlo dal teatro e in attesa di poterlo iscrivere al Collegio Ghislieri di
Pavia, obbligò il figlio a seguirlo nel giro quotidiano delle visite: senonché
il ragazzo, invece di impratichirsi nella medicina, per poco non s’innamorò di
una giovane ammalata, “assai più bella che onesta”. Ammesso finalmente, nel
gennaio del 1723 al Ghislieri, il giovane Goldoni ritornò a Chioggia per le
vacanze nel giugno di quello stesso anno e di quello successivo: lesse molti
autori teatrali, scoprì con un entusiasmo sin’allora non provato “quella
commedia meravigliosa” ch’è la Mandragola, scrisse alcuni Dialoghi
comici, insieme a “una quantità di sonetti che non valevano niente”. Rientrato
nell’autunno del ’24 in collegio, non vi fu tollerato oltre il maggio
successivo: una satira contro le giovani della buona borghesia pavese, Il
colosso, gli valse l’espulsione dalla scuola. Ancora una volta Chioggia lo
accoglieva, ancora una volta interveniva la madre a smorzare le ire paterne.
Da allora dovevano trascorrere due anni prima che Goldoni avesse occasione di
ritornarvi: col padre a Udine, poi a Gorizia, quindi a Modena a studiar legge.
In questa città, nel 1727, fu colto dalla “malattia de’vapori” (qualcosa di
simile la nostro esaurimento nervoso) la quale, oltre a procurargli “effetti
ipocondriaci crudeli”, gli mise in petto un’insospettata spinta alla vocazione
religiosa. Richiamato subito a Chioggia dal padre, che lo voleva “cristiano, ma
non santocchio”, vi sbollì rapidamente i fervori mistici, tanto che già un mese
dopo in casa Goldoni non si parlava più “né di chiostro né di cappuccio”. Nel
gennaio 1728 il ventunenne Goldoni venne nominato, “senza saper un principio di
tal mestiere”, “aggiunto al Coadiutore del Cancelliere criminale”. Dover
presenziare a supplizi e torture, soprattutto nei primi tempi, lo turbava
profondamente: assistere allo svolgimento di un intero processo non era uno dei
suoi doveri preferiti; lo entusiasmava invece “l’esame de’ testimoni, per lo più
maliziosi o interessati, e ancor più l’esame de’ rei”: “un esercizio che insegna
più di ogni altro a conoscere il cuore umano, e a scoprire la malizia e
l’accortezza degli uomini”.
Nell’intestazione della commedia si legge che le Baruffe furono messe in scena per la prima volta a Venezia nel carnevale del 1760. Se si prestasse fede all’autore, si dovrebbe credere che le Baruffe ebbe esito brillantissimo: sta di fatto che furono replicate soltanto sette sere di seguito, e due altre volte in pieno carnevale: il che testimonia che il successo fu soltanto di stima. La commedia probabilmente garbò poco ai nobili e ai borghesi di rango, urtati dalla scoperta simpatia di Goldoni per le classi meno abbienti. Del fastidio di questa parte degli spettatori si fece interprete qualche anno più tardi il conte Carlo Gozzi che definì le Baruffe, insieme al Campiello e alle Massere, “plebee e trivialissime opere”. A Gozzi, che ritornò più volte su questo giudizio, con sempre rinnovata asprezza, rispose idealmente il primo famoso ammiratore delle Baruffe: Goethe in persona, il quale, rincasando la sera del 10 ottobre 1786 dal teatro di San Luca, si affrettava a scrivere nel suo giornale di viaggio: “Ora finalmente posso anche dire d’aver veduto una commedia!... Non ho mai veduto una gioia eguale a quella che mostrò di provare il popolo, vedendosi dipinto al naturale. Risa e grida d’allegrezza dal principio alla fine. Grandi elogi merita l’autore che ha fatto dal niente il più gradito passatempo del mondo”.
All’entusiasmo di Goethe fece eco diversi decenni dopo Richard Wagner, che, terminando nell’inverno 1858 a Palazzo Giustinian il suo Tristano, ebbe occasione di assistere, con “gran meraviglia e vera delizia”, a una rappresentazione”popolare diurna” al teatro Malibran della “commedia grottesca” Le Baruffe chiozzotte: “e fu data con tale naturalezza, commenta, che io, per quanto sappia, non so trovar nulla di simile per poterne fare il confronto”. Gli anni intorno al 1850 segnano appunto una generale ripresa d’interesse per il teatro goldoniano, di cui naturalmente anche le Baruffe beneficiarono. Ad ostacolarne comunque una diffusione veramente larga, e una popolarità pari a quella goduta da altre commedie in lingua, intervenne spesso nell’Ottocento la difficoltà del dialetto, tanto che la commedia fu voltata in altri dialetti, ad uso del pubblico di questa o di quella città. Nel 1808 a Firenze si pubblicano le Baruffe pignonesi, in cui la scena è collocata nei dintorni di Firenze, Lucietta si chiama “Gigia” e Titta Nane “Pierino Navicellaio”. Sul finire del secolo Filippo Cammarano curò una riduzione, piuttosto fortunata delle Baruffe nel dialetto della sua Napoli, intitolandola Li Funnacchere de lu Muolo Piccolo. Dai primi di novecento in poi Le Baruffe ritornò con frequenza e con pieno successo sui maggiori palcoscenici italiani e stranieri.
ma anche di...La colonna infame
Con questo titolo Manzoni pubblicò in appendice all’edizione Quarantana dei Promessi sposi una lunga ricostruzione del famoso processo agli untori, deprecabile conseguenza dello sgomento generale dilagato a Milano durante la furiosa pestilenza raccontata nel romanzo. Originariamente l’argomento doveva costituire una delle numerose digressioni nell’impianto narrativo del Fermo e Lucia, alla cui elaborazione negli anni 1821-23 risalirebbe dunque il primo progetto di questo testo.
Ecco i fatti storici analizzati
da Manzoni. Poiché la medicina seicentesca ignorava l’origine autentica del
contagio pestilenziale, accadeva frequentemente che le popolazioni provate da
tale flagello facessero ricorso del tutto irrazionalmente a un’interpretazione
“dolosa” dell’epidemia, attribuendone la responsabilità a presunti “untori”,
cioè a sciagurati che avrebbero propagato la peste contaminando luoghi e persone
con un non meglio definito unguento. Si trattava naturalmente dell’istintiva
volontà popolare di reperire un capro espiatorio punibile e concreto di fronte a
una tragedia di proporzioni straordinarie. Sospetti e condanne a presunti untori
si ebbero durante tutte le pestilenze note, in modo maggiore però nell’età
moderna. La peste del 1630 a Milano fu tra le più crudeli che la città conobbe,
dato che ne morì un terzo degli abitanti; non sorprende quindi che anche in
quell’occasione si scatenasse la furia di trovare un colpevole, un responsabile.
La voce popolare che individuava una responsabilità umana precisa era
vergognosamente alimentata dai governanti di allora, incapaci e tutti presi
dalle loro continue liti, nel nostro caso segnatamente tra la Spagna e la
Francia. Manzoni non manca di sottolineare le colpe dei governanti, anch’essi
disorientati dalla catastrofe e troppo arrendevoli nel contrastare il
pregiudizio popolare.
Lo scrittore attraverso gli atti
processuali, ricostruisce la vicenda giudiziaria che individuò come responsabili
di unzione pestifera cinque innocenti cittadini milanesi, tutti condannati a
morte, assolvendone altri cinque perché garantiti da una migliore condizione
sociale e quindi impunibili per la parziale giustizia dell’epoca. L’attenzione
di Manzoni e quindi per la ricostruzione di un episodio di storia del diritto
penale. Infatti quello che più lo interessa è mostrare come i magistrati che
condussero le indagini, svolte tutte sulla base di sospetti o di accuse non
fondate, approfondite soltanto mediante il metodo abominevole della tortura,
fossero in evidente malafede perché influenzati nel loro operare della
irrazionale volontà del popolo.
Tale processo, che fu ai tempi memorabile e si concluse con la distruzione
totale della famiglia di uno degli imputati e della sua casa, al cui posto fu
eretta una colonna commemorativa (infame perché esecrava pubblicamente
degli innocenti), ebbe ampia risonanza e già nel Settecento aveva attirato
l’attenzione di Pietro Verri nella sua opera Osservazioni sulla tortura:
egli fu il primo a riconoscere la completa innocenza dei condannati, senza però
dare un giudizio sull’operato dei giudici e quindi in un certo senso
giustificandolo con lo stato di necessità. Manzoni approfondisce la questione e
vuole rendersi conto se la giustizia possa essere fino a questo punto figlia
dell’aberrazione dei suoi tempi. L’approccio morale manzoniano alla storia non
poteva offrire nessuna assoluzione a quei giudici crudeli, che scientemente non
vollero ricercare la verità per non scontentare la moltitudine con
un’assoluzione, segno di impotenza dello stato di fronte a un evento così
luttuoso.
La Storia della colonna infame fu lasciata nel cassetto per circa un ventennio prima di essere pubblicata (1842), ma presso il pubblico fedele al romanziere c’era grande attesa per quel testo; un’attesa equivoca, perché si credeva che esso consistesse in una continuazione dei Promessi Sposi o almeno in un nuovo romanzo. Come I promessi sposi volevano essere il romanzo nazionale, così in questa appendice, che solo nella nostra epoca recente (grazie a intellettuali come Sciascia e Dionisotti) ha trovato piena comprensione, si offriva all’attenzione del pubblico più vasto il problema (fondamentale per uno stato civile moderno) dell’amministrazione della giustizia, della sua equità e superiorità alle parti. Tutta la cultura dello scrittore, tutta la sua formazione (illuministica e cristiana), tutte le sue esperienze storiche (Dionisotti ha rilevato come la Storia nasca sulla scia dell’impressione per i crudeli processi austriaci ai patrioti arrestati dopo i moti del 1821) portavano a credere che a questa riflessione non possano sottrarsi l’intellettuale e la società civile ma anche l’uomo più semplice: per questo l’operetta non ci appare un erudito complemento storico, ma la coerente conclusione di un più completo discorso sulle responsabilità dell’uomo nel costruire la sua storia terrena.
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E
adesso qualcosa di completamente diverso!
La
recensione del Direttore, noto esperto di musica
Come ormai tutti sanno è uscito nei negozi di
dischi l’ultimo (e, a dirla tutta, anche il primo) CD dei Bullfrog, band
veronese che calca le scene di questa ridente cittadina da ormai una decina
d’anni (credo). I più importanti rotocalchi ne hanno abbondantemente discusso; è
giunto il momento che persone più “coinvolte” e, come si usa dire, “a conoscenza
dei fatti”, ne parlino.
Il CD è bellissimo, dal punto di vista musicale più che estetico... le foto
degli artisti Francesco Dalla Riva (bass & vocals), Silvano Zago (guitars) e
Michele Dalla Riva (drums & harmonica), non rendono loro onore, anche se non si
può negare che strappino un sorriso anche ai più seriosi. Quello che non a tutti
fa ridere è la lapide usata da cornice per i titoli sul retro del CD: ricorda
molto una pietra sepolcrale, ma gli esperti giurano che non lo è, quindi
possiamo stare tranquilli!
Provate invece a leggere le introduzioni ai pezzi, scritte, rigorosamente in
inglese, dal cantante (che per inciso -e per chi non lo sapesse- è anche il
caporedattore di questo giornale) e capirete molto di lui... ma non so se quello
che scoprirete vi piacerà!
Ma passiamo alla musica, dato che in fondo, è triste ammetterlo, è questo il
fulcro del CD.
La mia canzone
preferita è sicuramente Hallelujah per quel ritornello malandrino che la
dice lunga sui nostri simpatici
musicisti, ma anche Trouble in Paradise ha un ritmo trascinante che
ricorda molto i film d’azione dell’inizio degli anni ’80 (insomma, a me li
ricorda!). Sono tutte canzoni molto belle e coinvolgenti (anche Sail on, sail
away, che è una cover di un gruppo di cui non ricordo il nome!), ma ci tengo
a ricordare Mystic Mistake, di cui ho usato il riff per la suoneria del
mio cellulare e non mi sono nemmeno stati chiesti i diritti d’autore!
Devo ammettere che non me ne intendo molto di musica, ma penso che la vera
rivelazione di questo CD sia il cantante, non certo per le sue doti di
batterista (senza voler nulla togliere), ma per la sua voce che nessuno si
aspetterebbe da lui attraverso una semplice conversazione, né sentendolo
recitare in teatro.
Se passate da queste parti (quali?NdF), non perdetevi un loro concerto,
anche perché il gruppo non lesina scenette da cabaret molto sfiziose! Trovate le
date sul sito www.bullfrogband.f2s.net.
Comprate il CD e ricordate che ai soci TR, ma anche ai lettori appassionati del
Beccafico, abbiamo riservato il prezzo speciale di 10€! Non vi resta che
scrivere a dalla_riva@libero.it!
Alessandra Adami
Apriamo questa rubrica con uno dei più famosi piatti della Marinella: pare che abbia effetti afrodisiaci (per Tiziano anche una sottiletta li ha... NdF) ed è per questo che l’abbiamo presa per iniziare il ciclo di “Ricette Immorali” (forse anche per l’alito e la pesantezza di stomaco che provoca!). Buon appetito!
Ingredienti per 4 persone- 4 bicchieri pieni di riso - 1 noce di burro - Una cipolla piccola - Brodo (meglio se di carne, ma va benissimo anche quello fatto con il dado) - 1 peperone giallo e uno rosso - 1-2 cucchiaini di panna da cucina (se non ne avete in casa, usate del latte) |
PreparazioneTagliate i peperoni a dadini (meglio se piccoli in modo che cuocciano bene insieme al riso). Portate a bollore il brodo. Mettete in una pentola il burro e la cipolla finemente tritata. Quando il soffritto si sarà indorato, aggiungete un mestolo di brodo e, poco dopo i peperoni. Dopo circa 5 minuti buttate il riso e aggiungete un po’ alla volta il brodo. 3-4 minti prima della cottura aggiungete la panna che manterrà il risotto morbido. |
Teatro nei cortili
PROGRAMMA ESTATE 2002
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CORTILE STIMMATE via Gaspare Bertoni |
CHIOSTRO DI S. MARIA IN ORGANO Piazzetta S. Maria in Organo |
CORTILE MONTANARI vicolo Stimmate |
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GIUGNO
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15-19 giugno ore 21:30 Compagnia dello Spettacolo GIOVE IN DOPPIOPETTO di Garinei e Giovannini Regia di Claudio Calderato
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22-30 giugno ore 21:30 Nuova Compagnia Teatrale NIENTE DA DICHIARARE di C. M. Hennequin e P. Weber Regia di Tiziano Gelmetti |
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20-23 giugno ore 21:30 Compagnia Armathan CON ASSOLUTA INGRATITUDINE di Maurizio Costanzo Regia di Marco Cantieri
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25 giugno - 1 luglio ore 21:30 Filodrammatica Partenopea FILUMENA MARTURANO di Eduardo De Filippo Regia di Franco Modaudo
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LUGLIO
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3-11 luglio ore 21:30 La Maschera PIGMALION di Geroge Bernard Shaw Regia di William Jean Bertozzo |
6-7 luglio ore 21:30 Associazione Teatrale Ottantasei IN UNA SOLA NOTTE di Gianni Petterlini Regia di Gianni Petterlini
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3-14 luglio ore 21:30 Compagnia Giorgio Totola SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di William Shakespeare Regia di Carlo Totola |
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12-15 luglio ore 21:30 GTV Niù INCASTRI D’AMORE di Georges Courteline Regia di Andrea De Manincor |
9-15 luglio ore 21:30 Renato Simoni IL PIANTO CROCIATO OVVERO FANTASMI IN CANTINA di Massimo Dursi Regia di Luciana Ravazzin
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17 luglio – 4 agosto ore 21:15 La Barcaccia NON È BROADWAY! di Ken Ludwig Regia di Roberto Puliero |
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16-19 luglio ore 21:30 GTV Niù GIOCHI DI SOCIETÀ di Georges Courteline Regia di Andrea De Manincor |
17-24 luglio ore 21:15 Il Teatrino EL BOTEGHIN DEI SOGNI di Oscar Wulten Regia di Angelo De Carli
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20-29 luglio ore 21:15 La Poco Stabile PENE D’AMOR PERDUTE di William Shakespeare Regia di Lucia Ruina Peretti |
25 luglio – 1 agosto ore 21:15 Il Teatrino QUATTRO DONE IN UNA CASA di Paolo Giacometti Regia di Angelo De Carli
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AGOSTO |
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30 luglio – 8 agosto ore 21:15 Compagnia Veronese Operette SCUGNIZZA di Carlo Lombardo e Mario Costa Regia di Ulrika Calvori Moro
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2-14 agosto ore 21:15 Compagnia Teatrale La Formica I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello Regia di Gherardo Coltri |
7-18 agosto ore 21:15 Estravagario LE COGNATE di Michel Tremblay Regia di Alberto Bronzato |
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9-10 agosto ore 21:15 Mama EMIGRANTI di Slawomir Mrozek Regia di Massimo Totola |
1-18 agosto ore 21:15 Associazione Teatrale Ottantasei IN UNA SOLA NOTTE di Gianni Petterlini Regia di Gianni Petterlini |
20-24 agosto ore 21:15 Estravagario LEGGERO, LEGGERO E PATAPIM E PATAPUM di Alberto Bronzato Regia di Alberto Bronzato
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11-12 agosto ore 21:15 Mama NEL NOME DEL PADRE di Luigi Lunari Regia di Massimo Totola |
20-21 agosto ore 21 Tabula Rasa PESTE! (processo agli untori) di Renzo Gasparella Regia di R. Gasparella e S. Pontarollo |
26 agosto – 2 settembre ore 21 Trixtragos GOLDONI COMICO PER FORZA di Gaetano Miglioranzi Regia di Gaetano Miglioranzi
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14-21 agosto ore 21 The Variety ANCHE I BANCARI HANNO UN CUORE di Franco Amadei Regia di Franco Amadei
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23 agosto – 1 settembre ore 21 Tabula Rasa LE BARUFFE CHIOZZOTTE di Carlo Goldoni Regia di Giancarlo Dalla Mura |
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24 agosto – 1 settembre ore 21 Einaudi Galilei LA VISITA DELLA VECCHIA SIGNORA di Friedrich Durrenmatt Regia di Renato Baldi |
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teatro ROMANO
PROGRAMMA ESTATE 2002
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GIUGNO
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24 giugno platea numerata € 45,00 gradinata € 27,00 gradinata ridotta € 25,00 |
Paolo Conte |
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25-27 giugno platea numerata € 18,00 gradinata € 10,00 gradinata ridotta € 8,00 |
Verona Jazz |
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LUGLIO
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2-7 luglio ore 21:30 platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
Giulio Cesare di Willam Shakespeare Regia di Antonio Calenda con Giorgio Albertazzi |
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10-13 luglio platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
Nederlands |
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17-20 luglio platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
Béjart Ballet |
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24-30 ore 21:15 platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
La bisbetica domata di Willam Shakespeare Regia di Marco Carniti con Anna Galiena |
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AGOSTO
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3-10 agosto ore 21:15 platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
La cameriera brillante di Carlo Goldoni Regia di Lorenzo Salveti con Paola Quattrini |
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13-17 agosto platea numerata € 25,00 gradinata € 15,00 gradinata ridotta € 12,00 |
Maria Pagés |
Per informazioni: tel 045 8077500 – 045 8077201; e-mail: spettacolo@comune.verona.it
Servizio biglietteria (dal 3/6/02): Palazzo Barbieri, via degli Alpini, 2; tel 045 8066488
Prevendita anche presso gli sportelli di CARIVERONA e Circuito Box Office Italia
Con questo numero esordiamo anche con un gioco a premi, messo apposta per darvi l’occasione di dimostrare a voi stessi che, nonostante l’età, riuscite ancora a collegare in maniera proficua i pochi neuroni rimastivi; ecco quindi a voi...
La Laringe della Sfinge
(inviate le vostre risposte a: ale_adami@libero.it, il primo vince un prestigioso premio!!)
Una sera a prove...
Una sera a prove Giancarlo si accorge che qualcuno ha rotto una finestra: i sospettati sono Laura Nik, Roberto Mak e Marco Pik (quindi il colpevole è per forza la Laura, perché Robertino era in ritardo e Marco non c’era! NdF). Giancarlo sta cercando il colpevole:
Laura: “Non sono stata io. E neanche Marco”.
Marco: “Non è stata Laura. Il colpevole è Roberto”.
Roberto: “Non è vero, non ho rotto io la finestra. L’ha rotta Laura”.
Ciascun di loro ha pronunciato due frasi: uno ha detto soltanto la verità, un altro tutte bugie ed il terzo una cosa vera e una falsa.
Chi ha rotto la finestra?
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NOTIZIE DI ASSOCIAZIONE |
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TESSERAMENTO 2002 Carissimi, quasi tutti siete a conoscenza del fatto che è partito il tesseramento alla Tabula Rasa per l'anno 2002. L'invito ad iscriversi è rivolto a tutti, sia a coloro che si stanno impegnando per la realizzazione degli spettacoli estivi, sia a coloro che parteciperanno, ad esempio, alle repliche di spettacoli già in essere e a chiunque lo desideri. Il termine ultimo per il tesseramento è stato prorogato al 15 giugno. Di seguito vi riporto, per chi non le avesse lette, le "condizioni". Un saluto a tutti Anna Migliano |
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1993 – 2002: dieci anni di FARE TEATRO
ATTORI, TECNICI, SOSTENITORI, PRESIDENTI, REGISTI, SCRITTORI, PENSATORI, CRITICI, E' UFFICIALMENTE APERTO IL TESSERAMENTO ALLA TABULA RASA PER L’ANNO IN CORSO.
La Tabula Rasa, Associazione di Cultura Teatrale senza scopo di lucro, è fondata su basi democratiche che prevedono l’iscrizione annuale in qualità di soci a tutti coloro che intendano collaborare o intervenire nella vita dell'associazione. La compagnia teatrale, che opera all'interno dell'associazione e che si riconosce in essa, opera grazie alle garanzie economiche ed assicurative prestate dall'Associazione stessa.
A seguito dell’Assemblea Generale dei soci del 2002, l’iscrizione alla TABULA RASA è diventata obbligatoria per tutte le persone che operano al suo interno, questo per condividerne attivamente le scelte artistiche e organizzative.
Sicuri che il vostro entusiasmo vi porterà con mano leggera a consegnare i 15,00 € della quota annuale 2002, Vi ricordiamo che il termine per il tesseramento scade il 31 Maggio.
Riassumendo iscriversi all'associazione significa:
1. Riconoscersi nella TABULA RASA e nel suo Manifesto; 2. Ricevere il mitico BECCAFICO, che da quest’anno avrà nuova vita; 3. Per il 2002 avere la maglietta del decennale unica e numerata; 4. Partecipare alle assemblee dei soci con diritto di voto; 5. Poter proporre attività ed iniziative; 6. Ingresso gratuito e presenza “obbligatoria” a tutti i debutti della Tabula Rasa.
L’incaricata per la riscossione della quota è Anna che sarà presente in sala prove ogni lunedì.
All’atto dell’iscrizione sarà possibile dare la preferenza per la taglia della maglietta e per l’eventuale acquisto di un secondo capo. |
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