Spettacoli a Verona

Critica e Recensioni

a cura di

Tiziana

 




MOLTO RUMORE PER NULLA

di W. SHAKESPEARE

regia di ARMANDO PUGLIESE

TEATRO ROMANO

25 al 29 AGOSTO 1999

A distanza di vent’anni, armando Pugliese rimette in scena questo testo del drammaturgo inglese. Probabilmente chi ha avuto la possibilità di vedere quella prima prova, oggi ritroverà uno stesso testo, sempre intrigante e rigorosamente strutturato, ed un gruppo di attori giovani ma molto bravi. A guidarli un nome, Mariangela D’Abbraccio, una spumeggiante Beatrice, a volte troppo veloce nel parlare (l’audio, comunque, non era dei migliori o forse la voce doveva essere più forte) e troppo poco “bisbetica” rispetto al carattere del personaggio shakespeariano. Povera la scenografia, una sorta di scatola che si apre e si chiude in continui spostamenti di pannelli di legno; l’ambientazione è una Sicilia a metà via tra lupara e banditi. Da notare, fra tutta la compaggine di bravacci al seguito di Don Pedro e di suo fratello Don Giovanni, uno splendido Benedetto, brillante, simpatico, un convinto misogino presto conquistato dalla biforcuta lingua della bella Beatrice. Don Pedro, interpretato da una donna (Shakespeare forse lo avrebbe apprezzato!) è una macchietta ben riuscita, mentre Ero e Claudio peccano di eccessivo accademismo nella recitazione. Una nota di colore, che ha suscitato non pochi sorrisi tra il numeroso pubblico del teatro Romano, sono state le scene della cattura di Borraccio e Corrado, complici dell’invidioso Don Giovanni, da parte dei quattro componenti della guardia: i giochi di parole e scioglilingua, maestralmente proposti da giovanissimi attori, hanno dato forza ad un testo che resta, peraltro, uno tra i più divertenti e amati del genio di Stratford on Avon.



$HAKESPEARE

tratto da
Nel bel mezzo di un gelido inverno
di Kenneth Brannagh

di RENZO GASPARELLA

regia di GIANCARLO DALLA MURA

Chiostro di S. Maria in Organo

17 al 29 AGOSTO 1999

Quanto Shakespeare! Ma questa volta l’Amleto, che un alquanto improbabile gruppo di attori cercano di mettere in scena all’interno di una chiesa sconsacrata, è diverso. Amleto, dramma familiare, dramma dell’odio che uccide, dell’ambiguità e della pazzia, si trasforma in un mezzo terapeutico per narrare la storia di singoli personaggi che si incontrano su un palcoscenico e svelano se stessi. Pirandelliano, se non fosse anacronistico, eppure quello a cui si assiste è la storia di attori che nascondono uomini o forse il contrario. Bravi, chi più chi meno, gli attori della compagnia TabulaRasa, tra tutti Victor regista-Amleto impersonato da Solimano Pontarollo e Tommaso, un Giuseppe Brazioli convincente e coinvolgente; con loro altri otto personaggi affiatati e impegnati a rendere, ciascuno al meglio, il proprio ruolo. Strappa sorrisi l’interpretazione della regina Gertrude da parte di un uomo e la brava Cristina Bonani è riuscita a rendere la parte della scenografa un piccolo cammeo. Buona la trovata finale del palco non palco, trasportando il pubblico vero in pubblico-spia da dietro le quinte. Qualche nota negativa per quanto riguarda le musiche e le luci, anche se per essere una rappresentazione di teatro non professionista, è stata davvero interessante. Se fare teatro significa trasmettere emozione e passione la TabulaRasa ci è riuscita, con buoni risultati.



MADAMA BUTTERFLY

di DAVID BELASCO

regia di ROBERTO TOTOLA

drammaturgia di PAOLO MICCICHE'

C'erano molti giapponesi alla replica del testo in prosa di Belasco, rappresentato nella suggestiva cornice del giardino del Museo di Castelvecchio.
Forse attirati dalla tragedia a loro nota o forse credendo di assistere ad una versione in piccolo della celebre opera presto in scena all'Arena di Verona. Chissà se gli è piaciuto questo testo tradotto da Paolo Miccichè e realizzato con la regia molto curata e particolarmente efficace di Roberto Totola.
La scenografia naturale, con la fontana i muri divisori e una scena molto scarna e semplice in chiara atmosfera giapponese hanno dato valore ad un lavoro altrimenti difficile da rappresentare.
Marina Furlani ha saputo interpretare con forza e sensibilità una Madama Butterfly caratterizzata da una lingua a metà tra il giapponese e l'inglese italianizzato, che all'inizio può risultare noioso ma col passare del tempo risulta una dolce cantilena. Molto piacevole è anche la voce, il canto dell'amica di Cho-Cho San, mentre disturba quella di Gloriana Ferlini, più nota al pubblico veronese come regista che come attrice.
La coreografia, o meglio la prossemica della scena danno il giusto senso di ritualità a questa storia d'amore e illusioni tradite.
Il tutto finisce molto velocemente, un'ora scarsa, con il suicidio della protagonista ed uno sguardo estasiato alla bellezza dell'ambientazione di cui i veronesi devono essere fieri.



BESTIARIO ITALIANO

di e con MARCO PAOLINI

TEATRO ROMANO

15 LUGLIO 1999

Piace di più il Paolini de "Il Milione", visto quest'inverno al Teatro Nuovo.
Piace di più anche se "Bestiario italiano" ne ha tutti i pregi, forse però i difetti balzano più all'occhio dal momento che dura molto e che i testi di Paolini e dei suoi collaboratori sono alternati con poesie in dialetto veneto e testi di Luigi Meneghello e Berto Barbarani.
Paolini è bravo, davvero un bravo narratore e i musicisti che lo accompagnano riescono a far risaltare ancora di più le sue doti di cantastorie in prosa. Un narratore, dunque, di ottima qualità, di quelli che non ci sono più, eccezion fatta per il Nobel Dario Fo.
In questo spettacolo Marco Paolini ritrae con arguzia e ironia pungente il Nord Est esploso nell'industria, nel commercio, nei soldi, sperduto nelle campagne del trevigiano, nelle paludi veneziane in mezzo a pompe del gas introvabili, a cani improbabili guardiani di distributori, a segretarie poliglotte ( dialetto veneto, bellinese, vicentino, veneziano etc...).
La parte drammaturgicamente più riuscita è quella delle descrizioni dei paesaggi, dei contadini che stanno a guardare e dei rapporti tra abitanti di un'unica grande regione che potrebbe fare caso a sé.
Il finale della prima e tutta la seconda parte langue, fino a quando Paolini non concede un dono shakespeariano a mò di bis: Amleto, Gertrude e le splendide parole di Shakespeare tradotte in dialetto non perdono forza, strappano qualche sorriso ma acquistano una nuova magia ulteriormente raffinata dalla pacata ma incisiva recitazione di Marco Paolini.


L'AIDA DA TRE SOLDI

TEATRO ROMANO

24 GIUGNO 1999

L'Italia, si sa, è il paese del melodramma e per di più da qualche settimana Verona ne è diventata gran cerimoniere, con l'apertura della stagione lirica areniana. Nel cartellone l'Aida di Verdi non manca mai ma in questo caso, l'Aida che è andata in scena al Teatro Romano non ha molto a che fare con i trionfi e le sfingi areniane.
Il veronese Denis Gaita ha osato "profanare" la grande opera, patrimonio nazionale, usando come interpreti gruppi di persone affette da disturbi psichici, bambini down, ex tossicodipendenti e tutto quello che su un palcoscenico così ambito non pensavamo di vedere.
L'emozione che queste persone, attori e cantanti in una sera stellata, hanno trasmesso al folto pubblico, è talmente grande da far superare le stonature e le sbavature. Cantano rap trasformando il testo come in un gioco dove "Celeste Aida" diventa "Celste Accidia"  e dove gli schiavi egizi al posto delle catene portano sacchi d'immondizia e carrelli della spesa pieni dei loro ricordi.
Il trionfo di Osiris fa pensare alle scalinate scese con grazia divina dalla luccicante Wanda Osiris, così tutto si trasforma in un tripudio di voci, danze sfrenate e irregolari, note stonate e quelle mani che prima si torcevano per l'emozione di essere lì, proprio lì davanti a tante persone attente, poi si sciolgono in saluti e abbracci. Un trionfo che ha poco di artificiale, la prova che il teatro può essere una cura, forse non definitiva ma di certo lenitiva sia per loro che per noi.



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