Progetto Autori & Attori

Natura morta con custodia di sax - di Geoff Dyer

Adattamento, regia e interpretazione: Andrea de Manincor
Sax: Francesco Bearzatti
Audio e luci: Giulio Rigon

Come in passato gli stessi jazzisti ebbero a dire, il jazz è stata una possibilità per molti, se non per tutti loro, di sbalzare, di uscire dai confini angusti di un certo anonimato, un territorio fatto di emarginazione, di discriminazione razziale, o puramente di disperazione: il jazz è stato il modo per far sentire la propria voce, altrimenti annichilita da un sistema che rifiutava un certo colore della pelle, una certa maniera di pensare, una certa convinzione a dire ‘no’.

E con grande umiltà, molti di loro hanno, tra l’altro, sostenuto la spontaneità, o l’illusione della spontaneità, del jazz, allontanando da sé l’appellativo di geni, di musicisti a tutto tondo.

Però, mai quanto il jazz, in questo nostro secolo dalla faccia strana, ha riproposto il tema dell’artista romantico, quello che in molti casi è tutto dentro la propria arte, fino al punto di sacrificarsi, distruggersi nella sua rincorsa, paradossalmente fino al punto di svuotare il proprio corpo d’ogni energia per riporla nella poesia di una canzone o di una ballata o di un motivo, in cui armonie sussultanti giocano a rincorrersi.

Di tre jazzisti vengono così narrate le tre esistenze. Vicende in cui l’apice artistico, e tragico, si colloca tra gli anni quaranta e gli anni sessanta, periodo nel quale si impone il genere cosiddetto del bebop : parabole inevitabilmente destinate a declinare nella sconfitta, nella perdita di sé stessi, ed in questo molto simili tra loro.

Tre esempi - forse ne sarebbero bastati due, forse uno? - : la storia di due neri, Lester Young e Thelonius Monk, rispettivamente tenorsassofonista e pianista, e di un bianco, Chet baker, trombettista, nell’ America uscita certo vittoriosa dal conflitto mondiale, ma razzista, e che, anche in una sorta di inconsapevolezza, di sbadata voglia di imporsi, macinava verso una perfezione imperfetta, in cui non c’era posto per gli sbandati, gli artisti che provenivano dalla strada, quelli che in uno strumento immergevano con candore e sincerità la propria anima.

Non tanto di jazz, in senso strettamente musicale e filologico, si parla nello spettacolo, ma di una voglia incontenibile di emozione, di una comunione, di una corrispondenza fra queste ed altre vicende, magari certe che vivono, pullulano sotto casa, e ci passano distratte accanto, e fatte di volti che abbiamo visto, di smarrimenti che abbiamo vissuto.

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