Nasce a Valdicastello (Lucca) nel 1835, figlio di un medico condotto, carbonaro e mazziniano. Tra il 1849 e il 1860 compie i suoi studi regolari a Firenze e presso la Scuola Normale di Pisa affrontando poi le prime esperienze di insegnante.
Nel 1860 inizia l'attività accademica all'Università di
Bologna, dove insegna letteratura italiana fino al 1904.
Gli avvenimenti degli anni 1870-71 segnano una svolta nella sua vita: lmuoiono la madre e
il figlio Dante, inizia la relazione con Carolina Cristofori Piva (la Lidia o Lina della sua poesia).
Viene infine la fama, consacrata dalla nomina a senatore (1890) e dal conferimento del premio Nobel (1906).
La formazione culturale di Carducci si svolge nel quadro del
classicismo provinciale toscano ed è caratterizzata dall'irosa avversione per il Manzoni,
la cui lettura gli era stata imposta dal padre, e dalla fervida adesione alla linea
classicistica (Orazio, Virgilio, Ovidio tra gli
antichi; Alfieri, Foscolo, Leopardi tra i moderni).
Nel 1856, costituisce il gruppo degli ''Amici Pedanti'',
con un programma di aperta sfida nei confronti del Romanticismo, considerato come il
corrispettivo letterario della tirannide straniera.
Dopo l'acerbo sperimentalismo delle Rime di San Miniato (1875), compie il suo vero
e proprio tirocinio di ''scudiero dei classici'' attraverso Juvenilia, che
raccoglie i versi del decennio 1850-60, improntati sempre ad un intransigente e rigido
classicismo.
L'inserimento nell'ambiente universitario mette il
Carducci in contatto con una cultura più viva e moderna: approfondisce i Poeti stranieri (Hugo, Goethe, Heine, Platen, Shelley) e arricchisce la sua preparazione politica con la lettura di Mazzini e degli
scrittori francesi democratici e radicali (Quinet,
Michelet Blanc), accostandoso alle idee repubblicane
e giacobine.
Maggiore vivacità e consapevolezza artistica è pertanto nei Levia Gravia, che
raccolgono, sotto lo pseudonimo di Enotrio Romano, i componimenti scritti dal 1860 al 1871
e che alludono, nel titolo, ai due fondamentali toni stilistici, orientati l'uno in senso
intimistico, l'altro in senso politico-sociale.
Nell'Inno a Satana (1863), è evidente una linea rivoluzionaria rappresentata da
Satana, simbolo dei progresso dell'uomo contro ogni forma di dispotismo religioso e
politico: viene così anticipata la materia aggressiva e polemica dei Giambi ed epodi
(1867-79), dove il momento politico è privilegiato rispetto a quello intimistico.
Con il consolidarsi delle istituzioni si smorza l'ardore
della polemica giacobina del Carducci.
Insieme con il modificarsi dell'atteggiamento sociale si attua il suo passaggio dal
repubblicanesimo alla sempre più aperta collusione con gli ambienti monarchici: il
giacobino diviene così il vate dei benpensanti e il cantore degli eroi sorti dal popolo
s'inchina al fascino della regina Margherita (Eterno femminino regale, 1878) e
diviene il celebratore dei fasti di casa Savoia e il paladino della politica crispina.
Alla precedente concezione dell'arte come fervido impegno civile subentra un atteggiamento
contemplativo, un ripiegamento sul passato autobiografico e sul passato storico rivissuti
in una prospettiva di serena nostalgia.
Da questo atteggiamento nascono le Rime nuove (1861-1887), dove il desiderio di
oblio si trasfigura nell'evasione in una Grecia luminosa (Primavere elleniche) o
nell'evocazione della giovinezza maremmana (Idillio maremmano, Davanti San Guido)
In un'epoca di incalzante industrializzazione, Carducci regredisce alla comunità primitiva di tipo paleocomunale (Il comune rustico, Faida di comune) in cui si esprime il sogno di una democrazia diretta ed egualitaria; il giacobinismo carducciano è ormai un cimelio storico (Ça ira), mentre più sincere risuonano le note della poesia intimistica, che trovano il loro punto più alto in Pianto antico.
Composte quasi parallelamente alle Rime nuove, le Odi barbare (1877-1889) presentano una rivoluzionaria innovazione metrica che apre la strada a più libere forme di poesia; la tematica si arricchisce di altri motivi, come quelli imperniati sul mito della romanità e sul gusto romantico delle rovine (Dinanzi alle Terme di Caracalla) o sulla nostalgia di giovinezza (Nella piazza di San Petronio), mentre in altre liriche (Mors, Nevicata, Alla stazione in una mattina d'autunno) al realismo si affianca il mistero e l'imponderabile di un mondo senza luce, percorso da sotterranei presentimenti di morte.
Sono questi i momenti decadentistici del Carducci. Già
nelle ultime Odi barbare e poi nelle Rime e ritmi (1898) si esaurisce la
migliore ispirazione carducciana e prevalgono l'evocazione erudita e l'eloquenza
deteriore.
Prosatore nervoso e colorito (Confessioni e battaglie, 1882-84), infaticabile
studioso di molta parte della tradizione letteraria italiana, Carducci ha lasciato scritti
critici e contributi eruditi importanti su Petrarca, Poliziano, Parini, Leopardi, ma anche
su scrittori minori.
Al gusto del critico ostile al De Sanctis e allo storicismo napoletano, Carducci ha saputo
unire lo scrupolo del filologo, rivelatosi anche in molte edizioni di classici.
Muore a Bologna nel 1907.
Gino
Braida, Alberto Costalunga, Marco Faettini, Lorenzo Sinisi, Thomas Zantedeschi
![]()