| Gli articoli della rivista
Sì alla vita
APRILE 1997
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EDITORIALE
Il 12 marzo scorso la commissione Affari
sociali è iniziata la discussione sulla fecondazione artificiale.
La presidente della commissione ha previsto che l’iter legislativo possa
concludersi entro l’anno. Può darsi che tale termine sia perfino
ottimistico. Ma è sicuro che la "questione della vita"
entra in una fase delicata ed importantissima. Sul piano oggettivo e sociale
uccidere un embrione generato in provetta è più grave che
abortire. Nessuna donna, infatti, genera per poter abortire e l’aborto
avviene sempre in un conflitto di sentimenti e di contrapposti interessi,
spesso in uno stato di angoscia.
Dal punto di vista giuridico si può
anche ammettere l’aborto senza negare né l’umanità, né
il diritto alla vita del concepito. Soccorrono — non è qui il caso
di approfondire se correttamente e nei giusti limiti o no — i concetti
giuridici di "stato di necessità" o di "inesigibilità"
e la ragione politica (ipocrita quanto si vuole) di "socializzare
per prevenire", cioè di combattere l’aborto clandestino e di
mostrare "una preferenza per la nascita".
Insomma molti silenzi legislativi che
legalizzano l’aborto non arrivano in modo esplicito ad uccidere il figlio
nella parola prima che nei fatti o, quanto meno, riescono ad evitare una
pronuncia formale negatrice del diritto alla vita dell’embrione.
Invece per rovesciare una provetta contenente
un embrione in un lavandino o per sottoporre il "prodotto del concepimento"
a sperimentazioni letali bisogna di necessità dire o dirsi prima,
esplicitamente, che non è un essere umano o che non ha il diritto
alla vita, o che la vita di alcuni uomini, in date condizioni, non vale
niente. Di più: produrre artificialmente embrioni per sottoporli
a sperimentazioni o comunque per farli morire (mediamente solo 1 su 60
riuscirà a nascere con le più diffuse tecniche di fecondazione
artificiale!) significa "generare per uccidere", ciò che
nessuna donna farebbe mai, significa spingere la premeditazione all’estremo
dell’ingiustizia senza che vi siano le attenuanti dell’angoscia e che siano
ipotizzabili lo stato di necessità, l’inesigibilità o una
ragione politica legata (sia pure ipocritamente) alla protezione della
vita.
È chiaro dunque che nel dibattito
appena apertosi sarà decisivo verificare cosa si stabilirà
riguardo alla sperimentazione sugli embrioni e sulla produzione di embrioni
soprannumerari. Ma, più importante ancora, sarà verificare
se la tematica del diritto alla vita sarà introdotta a pieno titolo
nella discussione. Per ora i segnali non sono positivi. La riprova è
nelle parole d’ordine diffuse dall’onorevole Rodotà che vorrebbe
legiferare solo su ciò che trova tutti concordi (metodo collaudato
per legittimare tutto ciò che non viene regolato!), nel fatto che
la proposta popolare per riconoscere la soggettività dell’embrione
è stata assegnata alla commissione Giustizia ed è separata
quindi dal dibattito sulla procreazione artificiale, ed alla attribuzione
alla sola commissione Affari sociali di una problematica che non riguarda
solo il modo di rispondere ai bisogni ed ai desideri degli adulti, ma anche
— e prioritariamente — i diritti umani (come è il diritto alla vita)
e che perciò dovrebbe investire anche la commissione Giustizia.
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