la negazione dell'Arte...

L'Arte nasce dal bisógno(?)...
Di ché?
Bisógno psicologico, fisiologico, vitale...
O soltanto vezzo intellettuale, una tra le azioni più snob che l'essere umano possa compiere e soltanto per questo differenziarsi dall'animale, dall'albero, dal fossile, dalla pioggia, dalle nuvole, dall'acqua di un torrènte...
Ma potrà mai l'essere umano uguagliare la libera imprevedibilità dell'acqua di un torrènte?
O la capacità di divenire, rinnovandosi continuamente, di una nuvola?
La natura sicuramente ci batte in quanto a libertà...
Ripete gli stessi fenomeni da millenni eppure non si è mai ripetuta, ógni volta usando gli stessi elementi, crea una nuova miscela, varia i tèmpi, le manifestazioni, la forza dirompènte...
Chi mai potrà raccontarci delle innumerevoli opere d'arte create dalla natura soltanto lasciando assolutamente liberi di agire i miliardi di miliardi di miliardi di atomi che la compongono?
Potrà mai la supposta grandezza di Michelangelo confrontarsi alla pari con l'imponènza del Grand Canyon?
Potrà mai il colorismo leggèro e trasparènte di Klee riuscire ad eguagliare la vivacità dei colori dell'uccello del paradiso?
Potrà mai la sconvolgènte musica di Wagner competere con il fragore delle onde che si infrangono, ógni volta diverse, contro uno scoglio?
Nella natura manca la cosciènza...
Questa è una affermazione umana che non ammette i suoi limiti di conoscènza!
Noi, è ovvio, ragioniamo da esseri umani perché tali siamo e per quanto tentiamo di trascèndere da questa nostra limitazione, utilizziamo sèmpre la logica e i codici dell'essere umano, inventati per comunicare e dare un sènso ad ógni cosa... e non per forza un sènso razionale (o apparènte tale...) e generalizzato.
L'Arte nasce dalla trasfigurazione del bisógno...
Non è la stessa cosa affermare necessità fisiologiche o psicologiche dicèndo : Ho fame, Ho freddo, Devo defecare o grattarmi... oppure Ti amo...
Sèmbra quasi banale perché sono affermazioni che tutti possono fare, anche inconsciamente, non è creativo...
E la generalizzazione non può assolutamente essere opera d'Arte proprio perché è generalizzata, non produce stimoli a ricercare, ad approfondire, a crescere, a vivere...
Il bisógno va trasfigurato (accade da sé) e vestito di panni quantomeno nobili se non sgargianti e anticonvenzionali.
Da decine di secoli si affermano le stesse necessità ma ógni volta si cerca (o da sé si manifesta) una nuova modalità che partèndo dalla precedènte - o ignorandola in toto, o contraddicèndola, o negandola (quindi sèmpre un collegamento esiste) - propone un nuovo modo di osservarla, analizzarla, valutarla, accettarla o rifiutarla... comunque è motivo di riflessione, di analisi, di attivazione di quel processo fisico-chimico che gli essere umani chiamano, vantandosene, pensièro...
La mia piccola mente, nella sua ignoranza cosmica, vede però un grosso limite nell'arrovellarsi ordinato o confuso delle connessioni cerebrali e cioè il rischio che tutto possa limitarsi a questo o alla contemplazione di ciò che genera o alla proiezione in direzione di schermi che soltanto rappresentano, sènza contrapporsi, sènza imporci l'obbligo di confontarci e di metterci in gioco rischiando...
Nella mia mente - infinita come gli spazi cosmici, infinita come la mente di tutti - posso creare e ricreare, nel modo più soddisfacènte (per attimi o per una vita) opere d'Arte che non hanno niènte da invidiare a quelle dichiarate ed accettate come tali... Posso bearmi delle mie creazioni e passeggiare in mezzo a loro con la tranquillità - o l'irrequietezza tranquilla perché gestita dalla mia mente - che possono trasmettermi : mai dovrò realizzarle e confrontarmi con la vile fatica del dare forma...
Ma ritèngo che proprio il dare forma rappresènti la scintilla (perché vile?) che realmente mi permette di gustare la vita.
E pur tuttavia l'arte non ha sènso, scopo, utilità (di qualsiasi genere) addirittura non è arte perché non è libera...
Soltanto per brevi momenti (forse mesi o anni o secoli ma comunque momenti) la produzione artistica può essersi definita libera da schemi, da leggi di produzione, da norme di attuazione.
Pènso all'arte preistorica, all'arte del medioevo nel perido in cui ci si linitava ad immagini puramente simboliche, a qualche produzione di fine '800 o dei primi del '900, a coloro che affermavano di cercare di operare con lo sprito di un bambino, all'Action Painting, ai pittori che si suicidarono nella vana ricerca dell'impossibile...
Credo sia questo uno dei punti fondamentali.
Quando Giotto rompe con gli schemi del medio evo, quando intuisce le regole della prospettiva, comincia a decretare irrimediabilmente la fine dell'arte...
Per questo non posso vederlo come un innovatore, prima di lui (parecchi secoli prima) le regole che lui intuisce èrano già applicate...
Rappresentare la realtà in modo corretto, in modo verosimile, non è sicuramente una creazione...
Se l'operatore non si bea, distruggèndosi, gratificandosi, della sua produzione; se il suo lavoro è condizionato dal ragionamento e dalla regola, compie né più e né meno che una piccola insignificante masturbazione mentale per la propria gratificazione o per la gratificazione della piccola insignificante cerchia che concorderà con lui ricercando le stesse tranquillizzazioni nelle regole.
Un pensiero grato agli anonimi artigiani dei secoli bui, un pensiero grato a Van Gogh per la sua follìa che gli permetteva di contraddire le regole sènza avere la volontà (o la capacità di crearne di nuove, un pensièro grato al maledetto Pollock e alla sua libertà ingabbiata da una cosiddetta mecenate...
L'arte è follìa nella misura in cui ci differènzia da tutti, è diretta a noi stessi, non ricerca la tranquillizzazione ma l'estrena liberazione...
Forse, oggi come oggi, l'unico modo per esprimere realmente sé stessi è nella negazione delle regole, nell'accettazione della nostra istintualità sènza vestire i bisogni più elementari di vesti sontuose o, in alternativa, un cosciènte suicidio.

teodorico battaglini 1998




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