VERONETTA

Veronetta è il nome di uno dei quartieri più vecchi di Verona che si trova al di là dell’Adige tra i ponti Navi e Nuovo e la massiccia corrosa mole di Porta Vescovo.
Un tempo era la residenza, a parte poche eccezioni, della classe operaia e degli ex contadini che, lasciato il podere, venivano ad abitare in città.
C’è una lunga piazza piuttosto disadorna e squallida, piazza Isolo - che un tempo era percorsa da un ramo secondario del fiume (come ricorda il nome della strada Interrato dell’Acqua Morta) - e una più piccola nella vicinanze di Porta Vescovo, Piazzetta Santa Toscana (chiesetta sede dell’ordine dei Cavalieri di Malta), nella quale il martedì e il venerdì si svolge un mercatino molto frequentato.
Le direttrici principali sono costituite dalla lunga via XX Settembre (c’è qualcuno tra voi che sappia a che cosa si riferisce questa data tanto celebrata?) da una parte e Via San Nazaro, Via Muro Padri, Via Giardino Giusti, Via Santa Chiara, Via Redentore dall’altra; dai lungadigi Re Teodorico e Porta Vittoria.
A fare da collegamento tra queste direttrici ci sono una serie infinita di vicoletti e stradine che formano una sorta di rete molto fitta.
Sono stradine a volte molto strette con le facciate delle case che si affacciano l’una all’altra quasi a sfiorarsi ed è facile immaginare i dialoghi che si svolgono tra dirimpettai.
Come ogni rione di città artistica che si rispetti anche Veronetta è un piccolo scrigno contenente bellezze artistiche per lo più concentrate nelle chiese di San Giovanni in Valle, San Tommaso, San Nazaro, Santa Maria in Organo e San Paolo.
Uno dei gioielli del quartiere è costituito dal Giardino Giusti splendido esempio di giardino rinascimentale all’italiana, polmone verde all’interno della città, luogo di nascita e di consolidamento di primi amori nati molto spesso in un primaverile marinamento della scuola (così, infatti, accadde molto tempo fa al sottoscritto).
È uno di quei quartieri nei quali è ancora possibile trovare la botteguccia dell’artigiano assolutamente sparita in altre parti della città : il calzolaio, il fabbro, il falegname, il conciapelle, il ceramista...
È un quartiere oppresso dalle automobili parcheggiate in ogni possibile angolo e dal traffico che percorre incessantemente le sue strade rendendo l’aria irrespirabile in certe ore e in certi nodi di ingorgo.
Vicolo Lungo è uno dei budelli che mettono in collegamento Via XX Settembre con Via Gaetano Trezza.
Segue Vicolo Storto in una sorta di inconscia celebrazione del Monopoli.
Piuttosto stretto è un misto di case vetuste, case vecchie e case ristrutturate e, come in ogni altro vicolo del quartiere, è alta la residenza di immigrati extracomunitari.
Quando ci arrivai un paio di asiatici (indiani o cingalesi) stavano discutendo tra loro in un idioma incomprensibile, che mi pareva soltanto un disordinato incontro di suoni, si interruppero giusto il tempo di lanciarmi un’occhiata distratta e poi ripresero il loro dialogo.
Credo che se al mondo la taglia media fosse costituita da filippini, cingalesi e centroamericani, maturerei la convinzione di provenire da un altro pianeta con il mio metro e novanta abbondante.
Fortunatamente ci pensa la gioventù contemporanea a farmi ridimensionare e, a volte, a farmi sentire tristemente bassotto...
Al numero indicato dalla lettera anonima corrispondeva un edificio di tre piani, di recente ristrutturazione, con la facciata intonacata di rosso pompeiano pezzata in parte da macchie di mattoni o cornici e archetti di antiche finestre non più esistenti.
Verificai e trovai il campanello con il nome Piantavigna.
Suonai.
Una voce piuttosto sgraziata parlò sopra la mia testa - Ci ghè? (chi c’è?)
Per coloro che non hanno la fortuna di conoscere il variopinto dialetto veronese mi permetterò di fare una sorta di traduzione simultanea che chiuderò modestamente tra parentesi rotonde lasciando al lettore la scelta di leggerla o meno.
La voce usciva da una sorta di cespuglio grigio che sporgeva da una finestra del terzo piano e che poteva essere una testa della quale non distinguevo il viso perché si stagliava contro un cielo azzurro luminosissimo e terso.
- Vorrei parlare con la signorina Marta, è possibile?
- El speta che ghe veršo. (Aspetti che le apro).
Uno scatto e il portoncino di legno e ferro battuto magicamente si aprì permettendomi di accedere ad una scala stretta che saliva a rampe di una dozzina di gradini ciascuna.
Salii lentamente e sull’ultimo pianerottolo mi trovai di fronte ad una specie di gnoma che superava a malapena il metro e mezzo, aveva una testa rotonda incorniciata da un disordinato cespuglio di capelli grigi e mi sorrideva con una bocca nella quale i denti latitavano.
Lo sguardo della vecchietta però era buono, tenero, forse mi sarebbe piaciuto avere una nonnetta così.
- Gesù che toco de marcantonio! Quanto elo alto lù sior? (Gesù che pezzo di marcantonio! Quanto è alto lei?)
Sorrisi - Abbastanza.
Rinculò e mi fece un gesto con la mano - El végna, el végna, no stemo a parlar su le scale parché qua anca i muri i gà le rece! (Venga, non fermiamoci a parlare sulle scale perché anche i muri hanno le orecchie).
L’altezza media dei soffitti dell’appartamento era inferiore alla media, giudicai intorno ai due metri e mezzo, e provavo una strana sensazione di oppressione.
Seguendo la vecchietta che aveva un passo ballonzolante, percorsi un breve corridoio ed entrai in un soggiornino al confronto del quale il mio sarebbe potuto apparire di ottima qualità e di ottimo gusto.
È facile disquisire del gusto altrui.
Per alcuni si tratta soltanto di delegare qualche altro dotato professionalmente di buon gusto - architetto, arredatore - all’arredamento dei propri ambienti.
Per altri si tratta di esibizione di lusso.
Voglio dire che i mobili che arredavano la stanzetta erano certamente costosi ma assemblati sènza una logica complessiva piacevole o accattivante.
L’enorme divano di pelle color crema sembrava assolutamente fuori posto, troppo imponente per quella stanzetta.
Non ci sarei vissuto in quella stanza e infatti non dovevo viverci.
Trovavo strano collocare l’onorevole Rimonta in qual luogo anche se dovevo ammettere che, se effettivamente frequentava quella casa, non lo faceva per contemplare il mobilio...
- El se senta... (si sieda).
Accettai l’invito anche perché, stando seduto, potevamo guardarci negli occhi e non obbligavo la vecchietta a contorsioni del collo.
- El dišea? (diceva?)
- Vorrei scambiare quattro chiacchiere con la signorina Marta, se è possibile.
- De l’onorevole? (dell’onorevole?)
- Può darsi... - preferivo non sbilanciarmi anche se avevo la sensazione che la mia visita fosse attesa.
- Vedelo, me fiola, la mama de la Marta, l’è al laoro e mi no so se fasso ben a farlo parlar co la butina... (Vede, mia figlia, la madre di Marta e al lavoro e non so se faccio bene a permetterle di parlare con la bambina).
- Lei può rimanere ed ascoltare se vuole. E potrà interrompere in qualsiasi momento se le sembro importuno o troppo ficcanaso...
- Importuno? Sa volo che ghe ne sapia mi sior! Me par ch’el gabia na musa da fidarse... mi me fido. Adeso ghe la ciamo! (Cosa vuole che ne sappia io. Mi sembra che abbia una faccia affidabile... Adesso gliela chiamo).
E sparì ballonzolando oltre la soglia.



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