Preistoria

Il territorio di Grezzana fu frequentato dall'uomo fin dal Paleolitico inferiore. L'uomo era del tipo Homo erectus, che, nella scala evolutiva, segue l'Austrolopithecus, comparso circa tre milioni di anni fa, capace di usare le mani, liberate da compiti di deambulazione, opponendo il pollice alle altre dita in modo da compiere molteplici attività, e l'Homo abilis, vissuto nell'Africa orientale e meridionale tra 2,3 e 1,5 milioni di anni fa. E' proprio l'Homo erectus, che dopo aver vagato nel territorio africano d'origine, circa un milione di anni fa, raggiunse le zone temperate del continente europeo. Tracce delle attività compiute da quest'uomo furono rinvenute in più luoghi della Lessinia e nella zona di Grezzana.

Se noi, nella zona di Grezzana, ad est di Romagnano, tracciamo una linea parallela al Vaio di Squaranto, tenendoci ad una distanza da esso di circa un chilometro, individuiamo una dorsale passante per Serbaro (quota 500 metri), Monte Gazzo (q. 501 ), contrada Lotrago e Monte Cucco (q. 461), lungo la quale furono trovati strumenti in selce risalenti al Paleolitico inferiore.

I segni più antichi di comportamento culturale di tipo umano, scoperti in Africa, precisamente in Etiopia e in Kenya, risalgono a circa due milioni di anni fa. Dapprima l'Homo abilis si costruisce gli strumenti necessari alla sua attività di cacciatore e di raccoglitore scheggiando ciottoli su una sola faccia, poi alternativamente sulle due facce, usando anche le schegge ottenute senza apportarvi alcun ritocco.

E' questa la cultura olduvaiana, così chiamata dal nome del giacimento di Oldoway, in Tanzania. Alla cultura olduvaiana segue quella acheuleana (dal nome della località di Saint Acheul, presso Amiens, in Francia), caratterizzata dalla produzione di strumenti bifacciali, ottenuti da un nucleo scheggiato nelle due facce opposte, sino a ricavare una base larga e arrotondata, un'estremità a punta e dei margini acuti e taglienti. Capace di fare tale lavorazione fu l'Homo erectus, il quale con siffatti utensili scavava il terreno alla ricerca di radici e di tuberi, oppure tagliava la pelle e la carne degli animali uccisi. Sapendo controllare anche il fuoco, il cui uso sembra testimoniato per la prima volta circa 700.000 anni fa, l'uomo acheuleano fu capace di sopravvivere anche nelle fredde stagioni dei periodi glaciali. Riuscì a cacciare grandi mammiferi, come gli elefanti, resti fossili dei quali furono rinvenuti a Serbaro.

Gli strumenti litici (= di pietra) recuperati negli strati più profondi di Monte Gazzo e Lotrago appartengono a questa cultura acheuleana. Nella fase finale del Paleolitico inferiore si impone la nuova tecnica di scheggiatura, detta levalloisiana da Levallois-Perret (località alla periferia di Parigi), consistente nella preparazione preliminare del nucleo che veniva lavorato lungo i bordi e su una faccia per poi staccarne schegge di forma regolare. Pur iniziata nel Paleolitico inferiore, questa tecnica di stacco levalloisiana venne ampiamente sfruttata nel Paleolitico medio che, comprendendo la parte più antica dell'ultima glaciazione (Wúrm), abbraccia all'incirca gli anni che vanno dal 75.000 al 36.000 a.C.

L'uomo del Paleolitico medio frequentò ampiamente il territorio di Grezzana, come documentano in modo particolare i reperti archeologici di Zovo, Crosetta (q. 296, a sud-est di Grezzana), del Vaio del Trotto (che confluisce nel torrente Valpantena a nord di Stallavena) e di Riparo Tagliente (q. 226, immediatamente a sud-est di Stallavena). Questo riparo, che prende il nome dal sig. Tagliente che lo segnalò nel 1962, fu frequentato per lungo tempo dall'Homo neanderthalensis, una sottospecie dell'uomo moderno, così chiamato dalla Valle tedesca di Neander in una cui grotta fu rinvenuta la prima calotta cranica studiata scientificamente.

Gli uomini di Neanderthal avevano una statura variabile da m. 1,50 a m. 1,65 e tenevano un'andatura perfettamente eretta. Dotati di una struttura corporea piuttosto tarchiata e tozza, si differenziavano dall'uomo moderno soprattutto per una volta cranica assai sviluppata con una capacità superiore a quella dell'uomo attuale, una forte arcata sopraorbitaria, una mascella grande, una mandibola robusta e priva di mento.

La cultura dell'uomo di Neanderthal, definita dagli archeologi cultura musteriana (da Le Moustier, in Dordogna, Francia meridionale), comprende essenzialmente punte triangolari e raschiatoi con bordo arcuato ritoccato in tutta la sua lunghezza.
Gli uomini che frequentarono il Riparo Tagliente durante il Paleolitico medio cacciavano soprattutto erbivori, come lo stambecco, il camoscio e il cervo, ma non disdegnavano di uccidere anche animali di grossa stazza come il mammuth, la cui presenza nel menù dell'uomo del Tagliente è testimoniata da frammenti di denti di tale animale rinvenuti "in loco". Quasi certamente, oltre alla carne, gli uomini divoravano avidamente il midollo estratto dalle ossa delle bestie uccise. Si nutrivano anche di vegetali che raccoglievano nei loro frequenti spostamenti.
Dai reperti del Riparo Tagliente non è possibile farci un'idea dell'ideologia dell'Uomo di Neanderthal. Tuttavia, basandoci su testimonianze archeologiche relative a siti frequentati dall'Uomo di Neanderthal, si può sostenere che esso praticasse riti magici e il cannibalismo, avesse un culto dei morti che seppelliva in fosse scavate appositamente nel suolo argilloso delle caverne.

Nel Paleolitico superiore, che si sviluppò all'incirca negli anni che vanno dal 36.000 alla fine dell'ultima glaciazione (8.500 a.C.) ebbero luogo notevoli trasformazioni nelle tecniche di costruzione degli utensili: pertanto gli archeologi sono soliti suddividere questo lungo arco di tempo nei seguenti periodi: Uluzziano (circa 36.000 - 32/31.000 a.C.), Aurignaziano (circa 32/31.000 - 26.000 a.C.), Gravettiano (25.000 - 18.000 a.C.) ed Epigravettiano (18.000 - 8.500 a.C.).

Gli uomini che continuarono a frequentare il Riparo di Stallavena nel periodo Aurignaziano e con maggiore intensità nell'Epigravettiano erano del tipo Homo sapiens sapiens, del tutto simili all'uomo contemporaneo. Si nutrivano con la carne di animali uccisi in battute di caccia: nel Riparo sono stati trovati resti di caprioli, cervi, iene, stambecchi, cinghiali, lepri, marmotte e castori.

Mediante la percussione indiretta, con uno scalpello di legno duro e di osso scheggiavano il nucleo di selce. Ottenevano così punte lunghe e affilate (dette di La Gravette, località della Dordogna che dà il nome a questa cultura), che poi applicavano all'estremità di un'asta lignea in modo tale da costruire frecce e lance. Ottenevano anche raschiatoi e perforatori da usare nella lavorazione delle pelli, sì da ricavarne rudimentali, ma pratici abiti. Sapevano inoltre lavorare l'osso da cui ricavavano punteruoli e spatole; andavano altresì a procurarsi materiale utile alla propria attività in zone anche lontane: a Riparo Tagliente sono state recuperate conchiglie marine, probabilmente prelevate dall'Adriatico, cristallo di rocca e ocra gialla che poterono trovare al Ponte di Veia, distante circa un'ora e mezza di cammino.

Gli epigravettiani, molto probabilmente, credevano in una vita ultraterrena come dimostra la sepoltura di un adulto di sesso maschile, collocato supino, lungo la direzione nord-sud, con le braccia allungate parallelamente al tronco ricoperto di pietre. Su una di tali pietre sono graffiti un grosso Felino, quasi certamente un Leone, e il profilo di un Uro (Bos primigenius, grosso bovino estinto in epoca storica, provvisto di corna assai lunghe, dal quale si pensa che siano derivate le razze domestiche del bue comune, Bos taurus).

Nel Riparo sono stati rinvenuti ossi con incisioni geometriche e con la rappresentazione schematica di un Bisonte, sassi con serie parallele di incisioni aventi probabilmente valore numerico e soprattutto ciottoli con raffigurazioni di animali: uno stambecco, che "per la vivezza la sicurezza del tratto", secondo l'archeologo P. Leonardi, "costituisce in assoluto una delle migliori espressioni dell'arte paleolitica italiana e addirittura europea in generale", una testa di Bovide, una testa di Cervide e una di Felino e la parte anteriore del corpo di un Bisonte.

Dell'Età Mesolitica (stadio intermedio tra il Paleolitico e il Neolitico) nella zona di Grezzana finora non sono state trovate tracce. Non si sa se ciò è dovuto al fatto che gli uomini in tale periodo non frequentarono il nostro territorio o, più probabilmente, al fatto che nessuno è stato capace di ritrovare "in loco" quei minuscoli attrezzi di selce, chiamati tecnicamente microliti, di forma triangolare, rettangolare e trapezoidale che distinguono il Mesolitico rispetto al periodo preistorico precedente.

Verso l'8.500 a.C., essendo terminata l'ultima glaciazione ed il clima essendo quindi diventato più mite, l'ambiente naturale si trasformò, con il conseguente sviluppo del bosco di conifere e di querce. Gli uomini si dovettero piegare a un'economia di caccia e di raccolta in un ambiente ricco di boschi. Furono obbligati perciò a inventare metodi di caccia più sofisticati e ad accontentarsi di piccoli mammiferi, come la lepre e la volpe. L'uso dell'arco, testimoniato in Germania a partire dal IX millennio a.C., rese più facile l'uccellagione.

Ma è nel Neolitico che si compì una grande rivoluzione nel sistema di produzione. L'uomo cominciò a praticare l'agricoltura seminando soprattutto l'orzo e il grano, ad addomesticare e allevare animali, come capre, pecore, bovini e maiali, a filare e tessere fibre vegetali (lino) e animali (lana), a levigare pietre dure, a fabbricare utensili in ceramica impastando l'argilla con opportuni materiali (quarzo, calcari, marne) aventi funzione smagrante o fondente.

Il centro che diffuse la cultura neolitica in Europa è da localizzare nel Vicino Oriente. In Lessinia, e precisamente in località Campagne di Lugo, è stato recentemente scoperto un sito preistorico risalente al neolitico antico, di tipo cultura di Fiorano (località del Modenese), riferibile a circa 6.500 anni fa.
Questo sito, come afferma lo scopritore G. Chelidonio, testimonia in Lessinia la presenza dei primi popoli che conoscevano l'agricoltura e che, assai probabilmente, praticavano già forme di artigianato della selce, con la produzione di lame di elevata qualità tecnologica, esportate poi non solo negli abitati coevi della pianura veronese, ma anche in quelli dell'Appennino Emiliano. Per circa due millenni nell'Italia nord-orientale si sviluppò la cosiddetta "Cultura dei Vasi a bocca quadrata", di cui abbiamo testimonianza in siti a noi vicini, come il Ponte di Veia, la Nasa, Caramalda e Grotta del Mondo (Cerro), Quinzano e Rivoli.

Gradualmente, seppure con molta lentezza, la pietra venne sostituita con i metalli. Dapprima l'uomo usò il rame nativo, che batteva a freddo, tagliandolo e levigandolo come una pietra. Solo più tardi imparò a fondere e a colare il metallo, usando crogiuoli, forni e stampi di materiale refrattario. Ha inizio perciò quel periodo della preistoria chiamato Eneolitico o Calcolitico (dal nome greco "chalkòs" che significa rame). Resti di villaggi eneolitici furono rinvenuti a Bellori, Azzago, Magnavacca nel Vaio del Paradiso, Monte Cucco (q. 461 a sud - est di Azzago), Casale di sotto (q. 633), Dosso di Casale (q.701), Monte S. Viola (q.858) e in località Borgo di Grezzana.
Nel Veneto il passaggio dall'Età del Rame all'Età del Bronzo può essere datato intorno al 2000 a.C. Questa età si articola in tre periodi: Bronzo antico (fino al 1600 a.C.), Bronzo medio (fino al 1300 a.C.) e Bronzo tardo (fino al 750 a.C.).

L'antica età del bronzo, in alcuni siti della Lessinia, presenta caratteri che in parte risentono dell'influenza della cosiddetta cultura di Polada (dal nome del villaggio preistorico situato nei pressi di Lonato - Brescia), allora predominante nel territorio veronese. E' questa una cultura che si sviluppò lungo le sponde dei laghi prealpini e soprattutto di quello del Garda. Gli uomini sapevano praticare con profitto l'agricoltura e l'allevamento, pur continuando ad essere abili cacciatori (di cinghiali, orsi e cervi) e pescatori (soprattutto di lucci). Usavano l'aratro, interamente di legno, la ruota, sia a disco pieno che a raggi, maneggiavano con destrezza alabarda e ascia da combattimento, tiravano frecce con l'arco. Seppellivano i morti, collocandoli in posizione rannicchiata in fosse ovali e dotandoli di uno scarso corredo funerario.

Se del Bronzo antico non sono stati rinvenuti resti nel Comune di Grezzana, significativi sono invece i reperti relativi al Bronzo medio e tardo. Partendo da nord possiamo ricordare i seguenti siti. Alla Rocca, sopra Lugo (q. 653), furono trovati resti di un villaggio che dominava dalla sommità di un'altura la confluenza del Vaio della Marciora con il Vaio dei Falconi. Il complesso ha fornito ciotole troncoconiche e vasi biconici risalenti ai secoli XV~Xlll a.C. A Bellori, posto nella zona di confluenza del Vaio dell'Anguilla con il Progno di Valpantena, sono stati dissotterrati scodelle, vasi e ciotole risalenti allo stesso periodo.

Al Dosso Magnavacca, già frequentato nell'Eneolitico, recentemente è stato trovato materiale litico e ceramico, riferibile alla fase iniziale del Bronzo medio. A Ca' Nova dei Casotti (q. 575, sul versante destro della Valpantena) furono scoperti due fondi di capanne, vasi ovoidali e biconici, ciotole e scodelle attribuibili al Bronzo medio.

Con l'inizio dell'Età del ferro (1000 a.C.) sui Lessini sorgono molti insediamenti di altura, tra i quali furono accuratamente esplorati quelli di Monte Loffa (S. Anna d'Alfaedo), di Monte Tesoro (S. Anna d'Alfaedo) e del Monte Purga (Velo Veronese). I Lessini formavano allora una specie di zona cuscinetto tra il mondo dei Celti (chiamati "Galli" dai Romani), quello dei Reti, insediatisi nelle vallate centro-orientali delle Alpi, e quello dei Veneti.

Tutti questi villaggi lessinici sembrano scomparire nel I secolo a.C., forse a causa di un intervento armato dei Romani che già controllavano saldamente il centro urbano di Verona.


Ultima modifica di questo documento: Lunedì, 21 luglio 1997

Indice | Storia