OMELIA TENUTA NELLA BASILICA
DI S. ZENO DA MONS. ATTILIO NICORA, VESCOVO DI VERONA, PER LA SOLENNITA'
DEL PATRONO S. ZENO E PER LA CELEBRAZIONE DEL MILLENARIO DELLA MORTE DI
S. ADALBERTO, IL 12 APRILE 1997
Testi di riferimento: At 13, 46-49
Col 1,24-29
Mt 28,16-20
L'odierna celebrazione dell'annua solennità del nostro Patrono, SAN ZENO, si intreccia con la memoria di un altro Santo fondatore di Chiese, VOJTECH-ADALBERTO, vescovo di Praga ed evangelizzatore dei popoli slavi dell'Europa centro-orientale. Ricorre infatti quest'anno il millenario della sua morte, avvenuta il 23 aprile 997 in Prussia, nei pressi del Baltico, dov'egli fu ucciso per la fede mentre tentava di aprire un varco per l'annuncio del vangelo in quelle terre ancora pagane.
Ci è grato far memoria di questo grande Santo, perché, come sappiamo, egli fu ordinato vescovo proprio qui in Verona, e molto probabilmente proprio in questo tempio dedicato a San Zeno, nell'anno 983. Già 14 anni or sono, ricorrendo il millenario di quell'avvenimento, la Chiesa di Verona ricordò degnamente questa splendida figura di pastore, monaco, missionario, avendo anche l'onore di ricevere, nella persona del mio predecessore Mons. Giuseppe Amari, una bella Lettera Apostolica del Papa Giovanni Paolo II, grande estimatore di Sant'Adalberto come figlio della Chiesa e della nazione polacche.
Al Papa, che in queste ore inizia la sua visita alla martoriata città di Sarajevo, ci sentiamo profondamente uniti, e preghiamo perché alla sua audacia apostolica corrisponda un futuro di pace e di riconciliazione in tutte le regioni della ex-Jugoslavia.
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San Zeno e Sant'Adalberto sono separati tra loro da sei secoli di storia; eppure UN FILO PROFONDO LI CONGIUNGE. Potremmo dire così, scontando un'inevitabile semplificazione: San Zeno, che ha vissuto il travagliato momento della crisi della cultura e del sistema politico-istituzionale dell'impero romano, ha gettato con lungimiranza il seme cristiano del rinnovamento; Sant'Adalberto è una delle grandi espressioni del fiorire di quel seme, dopo che il magma di popoli, di lingue e di culture sopravvenuto al crollo dell'impero cominciò a sedimentarsi: un fiorire originale e fecondo che, riprendendo il meglio dell'ideale della "pax romana", lo innerva nel fermento cristiano, lo allarga alle nuove genti, riconosciute e promosse nella loro identità, lo apre alla prospettiva di un'unità spirituale, culturale e civile dell'Europa nel segno della croce, del libro e dell'aratro, che sarà il fondamento della grande civiltà medievale.
Potremmo aggiungere: ciò che colpisce in queste figure è LA GRANDE SUGGESTIONE che esse hanno esercitato sui contemporanei e L'ENORME INFLUSSO che hanno avuto nei tempi successivi, nel proprio ambiente di apostolato e poi anche al di fuori di questo. Questi santi hanno goduto, indubbiamente, di particolari doni di Dio; ma hanno offerto all'azione della grazia un'umanità intensa, una forza di convinzione, una chiarezza di prospettive, un coraggio di denuncia e di proposta, una coscienza di libertà, una consapevolezza di responsabilità, una passione evangelizzatrice, che sono l'espressione di una personalità riccamente formata e perciò singolarmente incisiva. Tutto questo mette in speciale risalto LA CENTRALITA' E L'IMPORTANZA DELLA PERSONA nel determinare gli indirizzi del vissuto collettivo nella concretezza dei diversi contesti storici. La storia non è riducibile a un anonimo intrecciarsi di eventi, anche se noi oggi ci siamo fatti quanto mai scaltriti nel cogliere gli aspetti di condizionamento che derivano dai fattori ambientali, strutturali, sociali e dalle inesorabili correlazioni tra gli stessi. La visione cristiana dell'uomo e della storia tiene in particolare evidenza le possibilità e quindi le responsabilità della persona, così come l'intreccio tra la sua coscienza e la sua libertà e il dono di Dio che previene, accompagna e sostiene ogni tensione buona e costruttiva.
Questo primato e questa centralità della persona sono poi particolarmente esaltati dalla dimensione della SANTITA'. Il bruciante desiderio di Dio, l'appassionata imitazione di Cristo, volto umano di Dio nella storia degli uomini, la totale apertura della propria libertà all'influsso potente dello Spirito Santo, non soltanto non riducono l'originalità della persona ma le permettono di unificarsi in una tensione profonda verso la verità, la bontà, la bellezza, la carità, il dono di sé dimentico d'ogni orgoglio e pretesa, e ne fanno un "uomo riuscito". San Zeno e Sant'Adalberto hanno dimostrata vera anzitempo la suggestiva affermazione del Concilio Ecumenico Vaticano II: "Chi segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa lui pure più uomo" (Gaudium et Spes, 41).
In questo senso la santità è UMANITA' PIENAMENTE REALIZZATA E IMPREVEDIBILMENTE DILATATA, che diventa segno incisivo e germe fecondo, genera imitazione e impegno, rilancia nella linea della speranza, investe l'opaca realtà di ogni giorno per renderla più nitida e trasparente e più accogliente per la seminagione del bene, rinnova il gusto dell'impegno comune, sostiene intraprese costruttive, diventa cultura e civiltà.
I santi pastori che oggi ricordiamo sono stati, in questo senso, autentici "fondatori" non soltanto di Chiese ma anche di CIVILTA', una civiltà impregnata di quell'umanesimo cristiano che ha concorso a far grande l'Europa rendendola "il luogo umano" caratterizzato da elementi di incomparabile valore. Tra questi non possiamo non ricordare: il riconoscimento della dignità inviolabile della persona derivante dalla sua vocazione trascendente, il valore del lavoro come espressione umana generatrice di progresso, l'importanza della cultura come sintesi dell'umano, del sacro e del bello, la non riducibilità del religioso al civile come garanzia di libertà e spinta a un costruttivo confronto tra istituzioni ecclesiali e dimensione politica, la logica del servizio come finalità ultima e nello stesso tempo come limite intrinseco del potere, l'esigenza di giustizia e di ordine sociale temperata dai tratti della pietà e arricchita dagli slanci della carità operosa, la coscienza di essere popolo destinato a comporre le tensioni fra localismo e universalismo nella perenne ricerca di un'unità generata dai valori spirituali profondi.
Tutto ciò si è compiuto perché i fondatori HANNO PRESO ALLA LETTERA IL MANDATO DI GESU' senza titubanze, senza riduzioni, senza compromessi, senza scendere a patti con la mondanità, avendo viva la consapevolezza che la parola di Dio giudica il mondo e quindi non può essere la sapienza mondana ad aver l'ultima parola, quand'anche assumesse parvenza teologica, come l'arianesimo ai tempi di San Zeno, o giustificazione di potenza dinastica, come nella Boemia lacerata dei tempi di Sant'Adalberto. Forti di questa convinzione, Zeno e Adalberto, in modi e forme diverse, "hanno portato la salvezza fino all'estremità della terra". Dove essi hanno operato, "la parola di Dio si diffondeva per tutta la regione (...) i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciavano la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna" (prima lettura).
Tale dedicazione alla missione evangelizzatrice ha comportato per loro contraddizioni, fatiche, sofferenze; nel caso di Adalberto, alla fine, IL MARTIRIO. Ma essi hanno rivissuto l'esperienza dell'Apostolo Paolo: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (seconda lettura). L'importante, per loro, era far conoscere ad ogni costo "la gloriosa ricchezza del mistero di Dio in mezzo ai pagani, cioè: Cristo in voi, speranza della gloria" (ivi). Essi hanno annunziato SOLTANTO LUI, IL SIGNORE, "ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo", convinti che la salvezza è anzitutto dono e viene dalla predicazione del vangelo di Gesù, non dalla sofisticata ricerca dell'uomo o dalla falsa sicurezza dell'ideologia. Per questo si sono affaticati e hanno lottato, con la forza che viene da Cristo e che agisce nei suoi ministri con potenza (cf. seconda lettura). E' la stessa forza che Gesù aveva promesso all'inizio dell'avventura cristiana: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni (...). Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (vangelo). L'avvertenza, radicata nella fede, di questa presenza quotidiana del Signore, che compagina misteriosamente ma realmente l'identità sacramentale della Chiesa (Io-con voi), è la forza permanente di ogni autentica evangelizzazione: i nostri due santi l'hanno vissuta con semplicità e con ardore, e così, consumando la propria vita per il vangelo, ne hanno fatto il germe fecondo che ha fruttificato nelle nostre terre d'Europa.
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Ai santi volentieri ci si rivolge per chiedere intercessione e domandare grazie. Che cosa possiamo chiedere, oggi, a San Zeno e a Sant'Adalberto?
Ci mettono nella giusta prospettiva le presenze che onorano la nostra celebrazione.
Anzitutto quella dei rappresentanti di alcune Chiese d'Europa: precisamente dell'Arcivescovo di Gniezno e dell'Arcivescovo di Danzica, in Polonia, Mons. Muszynski e Mons. Goclowski, dell'Arcivescovo Amministratore Apostolico della Russia Europea, Mons. Kondrusiewicz, dell'Arcivescovo di Ravenna, Mons. Amaducci, dell'Abate-Vescovo emerito di Subiaco, Mons. Andreotti. Queste Chiese sono tutte connesse, in modo più o meno intenso, con le vicende complesse della vita e del martirio di Sant'Adalberto.
E poi la presenza, per noi veronesi tradizionale, delle Autorità cittadine e provinciali, di molti amministratori locali e in modo particolare, quest'anno, dei sindaci dei Comuni di S. Giovanni Lupatoto, Zevio, Palù, Ronco all'Adige e Albaredo, i quali offrono l'olio che arderà nella lampada votiva davanti all'urna di S. Zeno.
Siamo dunque invitati a invocare l'intercessione dei santi PER TUTTI I CRISTIANI D'EUROPA, e PER NOI insieme con loro. "Che cosa manca all'Europa d'oggi?", si chiedeva ieri sera mons. Kondrusiewicz durante l'incontro organizzato dal "Centro culturale Sant'Adalberto". E giustamente rispondeva: "Mancano uomini della statura di Sant'Adalberto". Dobbiamo ribadire questa convinzione: c'è davvero bisogno di cristiani che abbiano la statura umana e spirituale di Zeno e di Adalberto, lo smalto della loro coscienza di identità e di missionarietà, lo spessore della loro profonda religiosità, il genio della loro intrapresa instancabile, il loro coraggio nel giocare, al di là di ogni interesse, la vita soltanto per Cristo. Cristiani, laici soprattutto, che, oggi a Strasburgo e a Bruxelles come ieri nelle diete imperiali, nei centri della rinascente cultura, sulle vie dei commerci e degli scambi, non temano di "pensare in grande", proprio nel momento in cui l'Europa, che amplia progressivamente i suoi confini istituzionali, deve compiere una scelta decisiva: se consegnarsi esclusivamente alla logica stringente della moneta, dei mercati, della tecnologia, che rischia di consumarne l'anima profonda e di esporla al pericolo delle nuove manipolazioni biologiche, tecnocratiche, massmediali, libertarie, dopo aver subìto i devastanti effetti di quelle ideologiche, o se invece ripartire dalle radici feconde che l'hanno generata come fatto, come valore e come orizzonte. L'amicizia cristiana e le grandi idealità progettuali di Ottone III, di papa Silvestro II, di Sant'Adalberto attendono di ritrovare, oggi, coscienze disponibili, cuori fervidi, menti illuminate e lungimiranti, responsabilità coraggiose, volontà di impegno unitario e disinteressato. La grande epopea cristiana, che, piantando la croce nelle terre del nostro continente, ha prodotto il libro e mosso l'aratro, ponendo le basi del suo grande sviluppo, domanda di essere rivissuta in forme nuove, accogliendo la sfida di situazioni e di problemi tanto diversi, ma con una tensione interiore non meno alta di quella dei grandi fondatori.
E chiediamo l'intercessione di San Zeno e di Sant'Adalberto anche per noi veronesi: perché questa nostra terra e questa nostra Chiesa, che furono per non piccola parte testimoni e protagoniste della stupenda avventura dell'Europa cristiana, abbiano ancor oggi la fierezza del proprio compito, esercitino le loro grandi possibilità educative, rinnovino le loro stupefacenti radici di santità, coniughino positivamente libertà e responsabilità, continuino a celebrare la propria identità più vera nella gratuità, nella prossimità, nell'accoglienza non meno che nell'arte, nella storia e nella bellezza, resistendo alla sirena dell'effimero, all'avidità del possesso, allo scetticismo smagato della "cultura del nulla".
Diciamo dunque con l'orazione che concluderà questa santa Messa: la comunione al tuo sacramento ci santifichi e ci rinnovi, Signore, e l'intercessione dei Santi Zeno e Adalberto ci aiuti a progredire ogni giorno nella dedizione al tuo servizio, che è, indisgiungibilmente, servizio all'autentica promozione di ogni persona e all'edificazione di una società più veramente degna d'essere e di chiamarsi umana.