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nella Distrofia Muscolare di Duchenne |
Chi volesse avere più informazioni su questo argomento o scambiare opinioni in merito, può mettersi in contatto con me.
Premetto che non ho la competenza per affrontare questo argomento dal punto di vista medico, pertanto mi baserò sulla mia storia personale.
Sulla distrofia muscolare in generale si tende, in buonafede, a non raccontare fino in fondo quale sarà il suo decorso, principalmente al distrofico stesso ma spesso anche ai genitori.
"Non sapevo un granché della mia malattia; non sapevo nemmeno che secondo le previsioni mediche, nel 1984, ad un certo punto una crisi respiratoria avrebbe dovuto metter fine alla mia esistenza: ne ero completamente allo oscuro."
Questo argomento era stato
sempre accuratamente evitato dai medici e, con il senno di poi, ad averlo
saputo, avrei condotto la mia vita in ben altro modo.
All`inizio dell`estate del
1984 cominciai a sentire i primi sintomi (ansie, sogni irreali...) che
mi avvisavano che la mia situazione fisica stava, giorno dopo giorno, peggiorando;
da quel momento entrai in uno stato di torpore: non me ne fregava più`
di niente e di nessuno, aspettavo solo il peggio.
In effetti, nel mese di Ottobre,
a causa di una bronchite, arrivò quella che credetti dovesse essere
la crisi finale. Quella mattina, era il 4 Novembre, dopo dieci giorni e
dieci notti insonni, viaggiavo su un’ambulanza con il pensiero di essere
al capolinea e persi conoscenza.
Se quel giorno fossi morto potrei dire che non sarebbe stato poi così male. Ricorderò per sempre, il mio risveglio: una delusione ed un panico indescrivibili. Mi trovavo in un letto, in una rianimazione, senza la possibilità di parlare, con un tubo infilato nella trachea, sapendo che non ero più io a gestire la mia vita; pensai che sarebbe stato meglio crepare, sì, ci ho pensato molto.
I giorni non passavano mai e le infezioni polmonari si moltiplicavano. Nel frattempo i miei genitori e il dott. Ferrari Adriano e il dott. Chilloni Giovanni erano in aperto contrasto con gran parte dell’équipe dei medici della rianimazione del Policlinico di Borgo Roma di Verona; avevano opinioni molto diverse riguardo a ‘se’, ‘come’ e ‘quando’ intervenire applicando una soluzione che, allora, era stata usata a Reggio Emilia, in Europa e negli Stati Uniti con ottimi risultati: la Tracheotomia associata all`assistenza di un respiratore meccanico durante le ore notturne (per consentire una buona ossigenazione e un buon riposo dei muscoli respiratori), ottenendo, durante il giorno, un`autonomia dal respiratore di 6/8 ore.
Durante quel periodo pensai spesso che da lì non sarei più uscito vivo. Quali e quante sofferenze avrei potuto ancora sopportare?
Quello che mi ha fortemente colpito e cambiato fu il fatto che, ad certo punto, mi resi conto di essere solo e sapevo che ne sarei uscito solo se avessi lottato con tutte le mie forze. Da quel momento ho cominciato a combattere contro il ‘Fato’, considerato invincibile. Una lotta dura che fa sì che una persona diventi egoista a tal punto, da sfociare nel cinismo; per cui, quando un ‘vicino’ smette di vivere, non ti impressioni più, o non più di tanto, ma pensi solamente che, per fortuna, non è capitato a te.
Più passavano i giorni, piu’ il dolore alla trachea diventava insopportabile al punto da costringermi a chiedere due fiale di Flectadol al giorno. Poi un bel giorno decisero di accettare la richiesta anche per la pressione esercitata dalla dirigenza della UILDM di Verona e mi sottoposero all`intervento il 22 Dicembre. Superai la fase post-operatoria abbastanza bene, ma, a causa del reparto in cui dimoravano virus molto forti, contrassi un’infezione che richiese cortisone e tre toracentesi (tanto per gradire).
Cercai subito di riprendere a parlare (il che, con il respiratore, non è facile) e a mangiare cibi solidi e, dopo poco tempo, ci riuscii; quindi sorse il problema di ‘come’ e ‘quando’ mandarmi a casa; così mia madre, con grande coraggio, imparò a broncoaspirare, controllata a distanza, con discrezione, da medici e infermieri. Restava da risolvere l`organizzazione dell’équipe che si doveva occupare di me una volta dimesso; il Dott. Vittorio Fraccaroli, primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell` Ospedale di Villafranca, si assunse, con coraggio e serietà questa responsabilità.
Il respiratore fu acquistato da noi a Bologna poi rimborsato dall' ULSS 33 che si impegnò a fornire il materiale sanitario e l’ assistenza radiologica. A questo punto, dopo aver un po’ tergiversato, tra la diffidenza generale, fui dimesso.
"Quel 7 Aprile 1985 fu, per me, come la fine di un incubo; dall’ ambulanza vidi allontanarsi il Policlinico di Borgo Roma, accompagnato dal dott. Fraccaroli e dall’infermiere Nuvolari, e tirai un grosso respiro di sollievo."
Quando arrivai a casa fu come rinascere: vedere di nuovo mio fratello (non lo vedevo e sentivo da più di quattro mesi); vidi sul suo volto un po` di paura e lo rassicurai.
Si doveva agire subito in quanto io ero incapace di respirare da solo: ero stato a letto per più di quattro mesi con una percentuale d’ossigeno del 60%. Il Dottor Fraccaroli con l’ aiuto del dottor. Ferrari e il dott. Chilloni decisero di affrontare la situazione in tre fasi:
· ridurre la percentuale di ossigeno del respiratore;
· farmi recuperare la massima autonomia dal respiratore;
· cercare di rimettermi sulla carrozzina.
Fu fatto un piano di lavoro per la rieducazione alla respirazione che fu sicuramente molto faticoso e lungo, ma che, dopo tre mesi, diede i primi risultati ( tale lavoro fu eseguito dalle fisioterapiste Natali e Tomezzoli ). Nel frattempo fu sostituito il respiratore con uno messo a disposizione dall’ULSS ( il primo si guastò irreparabilmente alle quattro del mattino...) e fu tolto l’ossigeno definitivamente.
Il dott. Ferrari, con l’aiuto del Sig. Bassi (del Centro Ortopedico Emiliano), costruì un corsetto contenitivo che non bloccava la mobilita` toracica e che speravo di riuscire a portare senza troppa fatica. I progressi erano molto lenti ma la voglia di riuscire ad avere il sopravvento sulla mia situazione era sempre più forte.
Dopo un periodo così travagliato, quando finalmente cominciai a sentire che le condizioni fisiche miglioravano sempre più, ebbi voglia di uscire, di tornare a vivere e non riuscivo più a mantenere i nervi saldi, volevo solo andare . Stava per arrivare l’estate e le cose procedevano sempre meglio, cominciai ad alzarmi, dapprima un’ora, poi, poco a poco, arrivai a sei; la cosa piu’ dura da sopportare era il grande caldo nella mia camera (36°C): era veramente opprimente.
La fase più difficile era passata, ora cominciava la lotta, giorno per giorno, per riprendere le vecchie abitudini, anche se sapevo che la mia vita non sarebbe stata più quella di prima: volevo vedere fin dove sarei potuto arrivare.
Finalmente riuscii ad andarmene fuori di casa: con il furgone e con l’ aiuto di alcuni amici feci una serie di uscite (erano passati dieci mesi). Da quel momento presi coscienza che la mia situazione fisica mi permetteva di fare ancora le cose che facevo prima. Non avevo fatto i conti pero’ con la paura :
un Sabato decidemmo con alcuni amici, di andare a fare un giro a Verona; non facemmo pero’ i conti con il traffico nel quale ci trovammo improvvisamente imbottigliati; in quel momento scattò dentro di me una sensazione di angoscia, seguita da un’ ansia spaventosa; il ricordo di quelle sensazioni fece in modo che io non riuscissi piu’ ad uscire di casa (questo si protrae ancor oggi).
La mia situazione fisica da
allora non e’ cambiata molto, ma sono accaduti alcuni fatti che hanno complicato
la situazione familiare:
l’assistenza ai pazienti nella nostra condizione non può che essere fornita da personale infermieristico.
La degenza in una struttura specialistica come ad esempio una sala rianimazione o di terapia intensiva ha un costo giornaliero dai 2 milioni in su per paziente, facendo un calcolo approssimativo io costerei al servizio sanitario nazionale 730 milioni all’anno ovviamente raddoppiati considerando anche mio fratello. Facilitando l’assistenza domiciliare si fa in modo che la famiglia, già messa a dura prova dalla malattia, possa trovare un suo equilibrio affrontando la situazione in modo meno drammatico e più "umano" ed inoltre non vengono occupati posti letto destinati all’emergenza.
Dalla metà del mese di Ottobre 1996 è partito un servizio che ci copre per 72 ore alla settimana comprese le festività.......
Questa, in sintesi, è stata la mia esperienza
nell’affrontare la mia malattia nella sua fase più critica, considerando
che era considerata la fase terminale. Dal 1984 sono stati fatti enormi
passi in avanti con un innalzamento enorme della vita media di un distrofico
di Duchenne, questo anche con l’aiuto dell’ assistenza respiratoria notturna
preventiva."
Dal 4/5/97 sono diventato il responsabile delle attività del PARENT PROJECT ITALIA per la Regione Veneto. Carica che ho mantenuto fino al Luglio 98 quando sono stato eletto Vicepresidente del .
Ora il responsabile delle attività del per la Regione Veneto è Cordioli Remigio.
Che cosa è il Duchenne Parent Project ?
Il Duchenne Parent Project si occupa del finanziamento delle Ricerche sulla Distrofia Muscolare Duchenne e della diffusione di informazioni scientifiche presso le famiglie o i diretti interessati. L’obbiettivo finale è quello di accelerare il raggiungimento di un trattamento terapeutico e di una cura per i malati e per quelli che seguiranno.
Che cosa facciamo ?
Il Duchenne Parent Project, è una
Organizzazione,diffusa in tutto il Mondo, composta da famiglie che
hanno bambini e figli affetti da Distrofia Muscolare Duchenne e Becker.
Il nostro scopo è quello di raccogliere somme significative
da devolvere alla Ricerca Scientifica o alle sue applicazioni cliniche.
Il nostro sguardo è rivolto esclusivamente a tutto ciò che
può migliorare in qualche modo la salute dei malati.
Che cosa vogliamo ?
La nostra speranza, come genitori e come malati, e insieme all’opinione di molti membri della comunità scientifica, è che raggiungendo un trattamento per questo disordine estremamente complesso, si renderà possibile applicare questa esperienza a molte altre gravi malattie genetiche.
Il Progetto
Il Duchenne Parent Project è costituito
da persone dotate di una massiccia determinazione, genitori di bambini
e malati affetti da Distrofia Muscolare Duchenne e Becker. Questi genitori
hanno contribuito alla realizzazione nell’Agosto 1995 del Centro Ricerche
sulla Distrofia Muscolare Duchenne, presso l’Università di Pittsburgh,
negli Stati Uniti.
Grazie ai contributi economici del Duchenne Parent
Project questo centro riunisce i maggiori ricercatori da tutto il mondo
per far sì che possano concentrare le loro energie su questa grave
specifica forma di Distrofia Muscolare.
A causa di questo nuovo approccio, il Duchenne
Parent Project ritiene che un approfondimento sostanziale sulla
Distrofia Muscolare Duchenne possa aprire la strada a trattamenti utili
per altre malattie genetiche che affliggono il genere umano.