LA TV E LA SCUOLA
Fabio
Marcantoni
Negli ultimi anni il problema del complesso rapporto tra bambini e TV è
stato studiato ed analizzato da ogni punto di vista: pedagogico, psicologico,
sociale. Nonostante ciò lo schermo televisivo continua ad attrarre in modo
quasi irresistibile i bambini di ogni età.
La TV rappresenta una presenza
quotidiana, che occupa dalle due alle tre ore circa della giornata, che viene
scandita ormai secondo ritmi precisi.
Si tratta - sembra fin troppo ovvio
sottolinearlo - di una presenza che è rilevante, in termini di monte-ore
complessivo, costante nell'arco della giornata ed importante per il bambino,
perché si introduce nella sua vita stimolandone la fantasia, veicolandogli
elementi di conoscenza, proponendogli modelli, caricandolo di sensazioni ed
emozioni, attivandogli dei desideri, ma anche introducendogli angosce e paure.
La televisione modifica modi di
pensare e di comportarsi, crea simboli e linguaggi nuovi: i personaggi
televisivi sono i "modelli" a cui i bambini e i giovani di oggi sono
portati ad ispirarsi.
Occorre prendere atto dell'attuale
situazione, cioè che la TV è in tutte le case, la TV piace, i bambini la
guardano per molte ore al giorno. Il passaggio successivo consiste nel
chiedersi perché la TV piace tanto ai bambini e perché le sollecitazioni
offerte dai palinsesti sono spesso più attraenti di quelle proposte
dall'adulto.
In altri termini, è un problema di
comunicazione che si sposta alla famiglia la quale è invitata ad interrogarsi
su interessi e abitudini televisive al fine di individuare delle corrette
modalità d'uso del mezzo e a valorizzare i rapporti interpersonali. La stessa
sfida si estende alla scuola la quale, in sintonia con le scelte dei genitori,
può attivare dei percorsi di prima alfabetizzazione ai linguaggi audiovisivi
che non si fermino solo agli aspetti tecnici di lettura e produzione, ma
avviino adeguate proposte di analisi estetica e valoriale dei contenuti.
E' un lavoro impegnativo ed urgente
(ed in questo campo la scuola è purtroppo in ritardo) perché c'è il rischio che
i sentimenti e i pensieri dei bambini vengano feriti irreparabilmente da quella
che Karl Popper chiama "cattiva maestra televisione" (1994).
Dal punto di vista pedagogico infatti
il quadro che esce dai dati sul consumo televisivo dei minori è abbastanza
allarmante. Non si tratta infatti soltanto della quantità di tempo consumata
dai bambini davanti al televisore e delle modalità per così dire
"tecniche" con cui la guardano; ma si tratta forse ancora di più
della evidente assenza (comunque di una ben scarsa presenza) di qualunque
"contromisura" educativa scelta non occasionalmente e quasi per caso,
ma secondo una precisa intenzionalità e conseguente programmazione.
La maggior parte dei bambini, infatti,
guarda la TV ed immagazzina, in modo per lo più disordinato, i suoi contenuti
in una situazione di sostanziale solitudine ed isolamento.
Nei confronti della TV e della sua
influenza sui processi formativi gli adulti (sia nell'ambito scolastico che
familiare) spesso si dichiarano "impotenti" o "sconfitti in
partenza" oppure ritengono ingenuamente e fiduciosamente che il bambino,
il ragazzo e l'uomo di oggi abbiano una capacità "spontanea" di
difendersi dagli aspetti più pericolosi e negativi della TV: sono tutti
atteggiamenti da ritenersi ingiustificati e tutto sommato di comodo, utili
soltanto a giustificare il persistere di un non-intervento e a scacciare al
riguardo gli eventuali scomodi sensi di colpa.
La TV in sé e per sé non ha una
valenza univoca né sul piano culturale e sociale, né sul piano educativo. Il
suo "peso" culturale ed educativo dipende in larga misura dalle
modalità con cui i genitori esercitano la loro irrinunciabile funzione e dalla
capacità delle varie istituzioni educative e scolastiche di rappresentare
luoghi di presa di coscienza e di crescita in senso autentico.
Come detto in precedenza, per
rimediare bisogna cominciare dalla presa di coscienza. Se non vogliamo come
dice Sartori (Homo videns, 1997) che i nostri figli diventino "sempre più
anime perse, sbandati, anomici, annoiati, in psicanalisi, in crisi depressiva
e, insomma, malati di vuoto".
E dobbiamo reagire a scuola e con la
scuola.
La scuola non può ignorare e
sottovalutare tutto ciò in un periodo in cui si sviluppano i processi di
costruzione della personalità.
La qualità della crescita dei nostri
bambini/ragazzi dipende da come essi vivono e sperimentano quotidianamente
tempi e spazi che vanno rispettati, conquistati e difesi. Scuola e famiglia
nello sforzo di organizzarli in funzione del minore spesso finiscono per sacrificarli,
svilirli, mentre dovrebbero recuperarli nella loro pienezza e valore educativo.
In particolare, bambini e adulti insieme dovrebbero riappropriarsi di tempi
preziosi, spesso assorbiti dall'eccessiva esposizione televisiva giornaliera,
come quello del gioco, dell'avventura, del fare da sé, della comunicazione, che
sono determinanti per lo sviluppo della personalità dei minori.
La scuola ha un compito importante che
è quello di fornire gli strumenti adeguati per usufruire in modo ragionevole ed
intelligente dei contenuti televisivi. Ma ciò servirebbe a poco se tale lettura
non venisse accompagnata e confermata nel contesto educativo familiare, il
quale conserva sempre un ruolo educativo predominante.
La continuità educativa dunque tra
scuola e famiglia e tra i diversi ordini di scuola può agevolare
l'individuazione di spazi culturali e operativi all'interno dei quali i
bambini, interagendo con coetanei ed educatori, apprendono e si formano.
In primo luogo si tratta di mettere in
atto tutta una serie di interventi volti a "smitizzare" l'uso stesso
della televisione, in un certo senso "smascherando" l'alone di
credibilità che l'attornia.
L'obiettivo primario è quello di
diminuire l'influenza degli aspetti negativi che televisione e mass-media hanno
sulla crescita del bambino ed evidenziarne gli aspetti positivi così da
iniziare in lui la formazione della coscienza critica che lo renderà libero da
possibili condizionamenti.
Per arrivare a ciò è necessario che il
bambino sia capace di "leggere" il messaggio televisivo per
comprenderlo, così da manipolarlo, ricostruirlo, rielaborarlo e dominarlo.
Altri obiettivi importanti sono quelli
di:
1. Potenziare
l'analisi dei dati visivi (immagini) e uditivi (suoni), affinando così la
percezione visiva e uditiva.
2. Avviare alla
formazione della coscienza critica che consente di leggere, interpretare,
capire ed eventualmente produrre messaggi per immagini.
3. Aiutare il bambino
a discriminare la realtà dalla finzione.
4. Sollecitare la
creatività e la fantasia nel bambino.
5. Avviare il bambino
ad un'autonomia di scelta.
Tali interventi non possono essere più
sporadici ed occasionali, ma il più possibile continuativi e costantemente
presenti nella programmazione didattica.
Allo stesso tempo è importante che la
famiglia vada di pari passo con la scuola concordando obiettivi e modalità di
approccio alla gestione del mezzo televisivo.
Se dunque è compito della famiglia
evitare il più possibile che la fruizione televisiva infantile avvenga in
solitudine, la scuola può fare l'importante operazione di smontare l'aspetto
quasi mitico della televisione "giocando" con essa, ovvero usando
tutti i suoi ingredienti per compiere un lavoro di smontaggio e rimontaggio che
induca il bambino a ritenerli qualcosa non di "intoccabile" ma
"alla sua portata" e dunque tali da poter essere modificati e
personalizzati.
Occorre dunque portare l'alunno da un
guardare-ascoltare passivo a un leggere e capire, passando attraverso un
approccio basato sul fare interattivo.
L'approccio interattivo alla
televisione e ai media in genere costituisce un aspetto centrale del processo
di apprendimento e si basa sull'acquisizione di una serie di capacità cognitive
e relazionali per portare l'alunno a sviluppare una serie di abilità e
competenze quali:
- analizzare e
riflettere su ciò che guarda;
- porsi delle domande
cercando di dare più risposte, in relazione agli argomenti visti;
- considerare più
ipotesi e prospettive;
- rielaborare dalle
conoscenze e dalle informazioni una propria interpretazione.
Attraverso questo metodo è possibile
fornire al telespettatore gli strumenti e le conoscenze per decodificare le
tecniche di persuasione dei messaggi televisivi.
Un accenno, anche se breve, va fatto
al problema di come proteggere i bambini dalla violenza in TV. Sul legame tra
violenza vista in televisione e violenza reale vi sono ormai molte ricerche con
posizioni diverse. Esse concordano comunque sul fatto che tale influenza
esiste, anche se non è identica per tutti i bambini.
Poiché non sembra facilmente realizzabile
in tempi ravvicinati intervenire direttamente su coloro che fanno televisione,
come propone Popper, in modo da evitare che i bambini entrino in contatto con
scene violente portate in casa attraverso lo schermo televisivo, agli
insegnanti e ai genitori servono abilità e strumenti di lettura per capire i
motivi del perché i bambini, ma anche gli adulti, hanno grandi difficoltà a
distinguere tra quello che è finzione e quello che è realtà, mentre l'obiettivo
della fiction televisiva è solo quello di far apparire le scene il più
possibile vive e reali.
E' il coinvolgimento che impedisce,
molto spesso, allo spettatore di distinguere la fiction dalla realtà.
E' stato tuttavia ampiamente
dimostrato che quando il bambino può raccontare e discutere con l'adulto quello
che ha visto, non solo sviluppa capacità di analisi critica dei messaggi, ma
subisce molto meno l'influenza di modelli aggressivi.
Per questo il ruolo di mediazione
dell'adulto è indispensabile. Nel processo di insegnamento-apprendimento è
importante prendere in considerazione la sfera del vissuto emotivo e affettivo
dell'alunno per aiutarlo a controllare le proprie emozioni comunicandole
attraverso il discorso narrativo.
Per portare il bambino a rielaborare
in termini critici programmi a contenuto violento, l'insegnante (o il genitore)
deve guidarlo a una lettura del testo concentrando l'attenzione su alcuni
aspetti significativi del messaggio.
Un lavoro incentrato sulla relazione-confronto
tra la dimensione cognitiva e la dimensione sociale, può favorire da parte del
bambino una fruizione televisiva di tipo attivo, e una presa di coscienza delle
modalità di elaborazione dell'informazione televisiva.
In conclusione, la sfida educativa nei
confronti delle tecnologie multimediali in genere è quella di fare in modo che
la tecnologia divenga cultura.
A tal fine occorre evitare sia
l'opposizione pregiudiziale, considerando la tecnologia come una minaccia da
cui occorre tutelare i soggetti, sia il facile entusiasmo adottando tali mezzi
in maniera massiccia e spesso indiscriminata.
Nell'adozione educativa delle
tecnologie è necessario un approccio intelligente considerandole come una
risorsa epistemologica (Maragliano), cioè come qualcosa che consente il
cambiamento dell'educazione e del sapere. In tal modo, le tecnologie non sono
solo un'opportunità per fare esperienza di creatività nella scuola, ma
diventano un'occasione importante di apprendimento e di confronto delle conoscenze.