di Raffaele Giacopuzzi
Chi si fosse aggirato per Milano durante l'ultimo capodanno vi avrebbe notato senz'altro un'atmosfera molto particolare. Nonostante molta gente fosse riuscita a negoziare alcuni giorni di ferie, dove prosciugare l'ultima sospirata tredicesima in lire italiane, i mezzi pubblici restavano stracolmi, e pensare che i regali natalizi erano già stati fatti, eppure tutta quella gente aveva una caratteristica particolarissima, tra le tante che la contraddistinguevano dai milanesi di tutti giorni: nessuna fretta. "Veniamo in pace", sembravano dire i quasi centomila partecipanti all'incontro europeo dei giovani organizzato dalla comunità di Taizè, e pacificamente l'ATM è stata costretta per la prima volta a far funzionare i mezzi anche il 1° gennaio pomeriggio, addirittura poi si è saputo che funzionavano anche l'uno mattina.
"Come va?", ho chiesto ad una vigilessa che dirigeva l'attonito traffico fuori dall'entrata al padiglione 16 della Fiera, "Quanti giorni dura ancora?" mi ha risposto, via via che lei, insieme a moltissimi altri milanesi ed italiani, si accorgeva che tutti quei giovani, che non si sapeva precisamente cosa stavano a fare lì, anche perché ben pochi verrebbero in Italia per mangiare "ravioli italiani" in scatola fabbricati a Lione, avevano appena pregato insieme. Grandi titoli sui giornali a parlare della raggiunta unità monetaria europea, timidi accenni su questo ennesimo evento che cerca di porre basi un po' più profonde: nessun proclama europeistico, nessuno slogan trionfale, ma l'Europa lì, tutta da gustare, con tutti quei ragazzi di Paesi che col cavolo che nell'Europa economica ci entreranno forse mai, eppure non riesco più a pensarla senza di loro, unico slogan: la fiducia è possibile e nasce da Gesù Cristo.
Nella mia parrocchia ospitavamo esclusivamente gente dell'Est: Rumeni, Croati, Polacchi e Ucraini, che fatica capirsi, a volte, eppure le tante famiglie che hanno aperto le porte, e non è facile con i tempi che corrono, ci continuano a ringraziare per il grande dono che gli abbiamo fatto: viene da pensare a quella vecchia storia di Tagore che parla di un mendicante che incontra il re dei re e, con suo immenso stupore, costui invece di dargli qualcosa gli chiede l'elemosina, estrae un chicco di riso e se ne va, rattristato, ma la sera, svuotando la sua borsa da mendicante scopre che al suo interno, tra i tanti chicchi di riso, ce n'è uno d'oro: "Piansi amaramente di non aver avuto cuore di darti tutto quello che possedevo". Ancora una volta il miracolo del Natale, la festa di coloro che magari non hanno un intero albergo, ma la loro grotta la mettono a disposizione, si è compiuto, e ancora una volta la festa, la gioia è stata grande.
"Comincio già ad odiarli tutti", diceva Guglielmo la sera del 27, davanti alla sua bottiglia di Maalox, e la gente doveva ancora cominciare ad arrivare, ma lentamente quel pellegrinaggio di fiducia sulla terra, come lo chiamavano, trasformava le tante incomprensioni, non solo linguistiche, in occasioni per pagare fino in fondo il prezzo dell'essere fratelli, e la festa finale si riempiva di liete sorprese, di tante, tantissime, cose inaspettate. Poi tutto finisce, quasi in un attimo, o quasi...: 2 Gennaio, giretto a sant'Ambrogio con due amiche di Roma, ci infiltriamo in una visita guidata: "Romina! Quello dietro di noi... è frère Roger!", "Sembra uno di un'altra cultura...". Lo osservo mentre guarda, in cripta, i resti di Ambrogio, il vescovo con le orecchie a sventola, come ci dirà poi la guida davanti ad un antico mosaico, e vedo i suoi occhi sereni illuminarsi davanti a quello scheletro come davanti ad un vecchio amico. Simpatia e calore davanti a un po' di vecchie ossa, altro che
Dylan Dog. Mi viene in mente un monaco di Bose che ci diceva che l'obbiettivo del monaco è quello di diventare un "kalos geros", un bel vecchio, di sicuro quegli occhi testimoniano che almeno uno ce n'è, in giro per il mondo, che sta facendo il suo pellegrinaggio di fiducia sulla terra.